fisica, ssis e scuola

Ciao a tutti! Con il nome gensil parla un mostro a due anime, che ha un occhio nero e un occhio blu. Ora parla l’anima femminile, quella dall’occhio nero.
Scrivo un post per cercare di chiudere il cerchio fisica, ssis e scuola... Ehm ehm.. io purtoppo mi sono fatta trascinare a gran carriera dal flusso del titolismo e dal girone infernale ssis.. Ebbene sì, io sono proprio dell’esercito dei fortunati di quest’anno che non entreranno nemmeno in graduatoria, di coloro che sono sospesi nel limbo del limbo del limbo.. E, come succede con gli immigrati che hanno già il permesso di soggiorno, coloro che l’abilitazione ce l’hanno già, e pure il loro bel posto in graduatoria, storcono il naso e dicono che, in fondo, a questa graduatoria non dovrebbero accedere tutti, che ci vuole un controllo degli ingressi.. La solita guerra fra poveri.. E chi sa se con la Lega e il nuovo governo, chiuderanno la frontiera pure a noi..
Morale della favola: dopo una laurea in fisica, dottorato in fisica e quant’altro, ora mi ritrovo a passare il mio tempo fuori dal laboratorio a navigare in un mondo di parole come metacognizione, obiettivi formativi, POF, PON, POR, epistemologia e soprattutto DOCIMOLOGIA.. Non nego che fino a due mesi fa non sapevo nemmeno cosa significasse questo strano termine e, anzi, il suono della parola me la faceva sembrare pure una cosa simpatica. Il corso è finito e io ancora non ho capito di cosa si tratta. All’ultima lezione (frequenza obbligatoria, un cappio al collo che ti fa mancare il respiro e ti fa sentire come una marionetta che si muove diretta dalle mani di un sistema folle e macinasoldi) ho capito che non stavamo più nella fase della premessa.. e che soprattutto avrei dovuto concentrare tutti i miei pochi neuroni rimasti per capirci qualcosa di più, visto che questi pretendono pure di esaminarti… E quindi, io, che dovrei insegnare matematica e fisica alle superiori, sto imparando bene come correggere un tema, un riassunto o un saggio breve, come conoscere gli eventi storici collegandoli al loro contesto sociale, culturale, antropologico, geografico (un’altra cosa che ho imparato alla ssis è che conviene aggiungere quanti più termini è possibile per un concetto.. la cosa che stiamo veramente imparando è l’antisintesi, la dilatazione a palloncino dei concetti). Tutto in un clima delirante di ssisini impazziti come nella casa del Grande Fratello. Il nostro mondo sembra sia tutto lì, i punti, i voti, gli esami. Forse è proprio di questo che abbiamo bisogno, di un sistema che ci faccia sembrare di star facendo qualcosa, di un efficientismo allo stato puro che ci dia l’illusione di stare costruendo veramente un paracadute, così da non farci troppo male al momento della caduta.
L’unico lato positivo in questa storia, ma è una considerazione del tutto personale che prescinde da valutazioni oggettive, è che la convivenza forzata, anche con persone di formazione diversa, può aprire mondi nuovi e inaspettatamente straordinari.
Io non credo, quindi, che la ssis prepari a insegnare meglio la fisica e soprattutto a farla amare di più. In questo sono gentiliana (dopo 2 mesi di ssis, mi concedo un riferimento pedagogico). Credo che sia solo la nostra passione a doverci animare, la capacità che ancora ci resta di godere della fisica e soprattutto di divertirci con la fisica. Ed è per questo che credo ancora più folle sottoporre questo strazio della ssis, senza nessuna reale forma di agevolazione, anche a persone che hanno fatto e continuano a fare ricerca, che hanno un dottorato e hanno vissuto in contesti di ricerca internazionali. La scuola trarrebbe grande giovamento da questo intenso patrimonio umano e scientifico.

Cara Silvia, l’esperienza che racconti con il tono colorito della terra a cui appartieni, è abbastanza scoraggiante. Mi confermi che i programmi dei corsi SSIS non sono uguali in tutte le sedi? Ho avuto l’impressione che in ogni sede i corsi venissero scelti ad hoc, a seconda di chi li dovesse tenere…
Purtroppo l’immagine colorita che Silvia dà del sissino quadratico medio risponde al vero. Almeno da quello che vedo anch’io nei pressi del Dipartimento in cui mi trovo. Persone spaesate che non sanno come fare seguire tutti i corsi, che non trovano il tempo di studiare perchè quasi tutti lavorano. Alcuni di loro mi hanno confessato che la loro principale preoccupazione è mettere una firma sul foglio delle presenze della lezione..altrimenti non possono sostenere gli esami! Per non parlare di come vengono gestiti i corsi…un ragazzo laureato in ingegneria informatica mi ha detto che si è trovato “obbligato” a seguire un corso di informatica. Non un corso su come si può insegnare l’informatica…un vero corso di informatica su cose che lui aveva già studiato in enne esami del suo corso di laurea. E paradossi di questo tipo se ne possono raccontare a iosa.
Ora non so se questa situazione è la stessa a livello nazionale, ma in fondo il federalismo deve ancora arrivare, o no?
gennaro
Uhm, mi scuso, con questi post mi incarto spesso. Il mio commento potrete leggerlo in “La ssis, ovvero specializzati alla disoccupazione”. raffrag
Cara Gensil,
sono un’infiltrata, una vecchia insegnante di latino, che tiene anche corsi alla SISS. Ho letto il tuo accorato post, e ovviamente ne condivido larga parte. Vorrei solo osservare che il percorso di formazione da te seguito dopo la laurea (dottorato, partecipazione a gruppi di ricerca internazionali) non è purtroppo ciò che oggi si richiede a un docente di scuola. Nella scuola, vedi, non si insegnano le discipline, ma si insegna attraverso le discipline: ogni docente prende la sua materia, e, attraverso questa, all’interno di questa, è chiamato a rispondere a una serie incredibile di richieste: sociali, culturali in senso molto lato, affettive, psicologiche… Questo è il peso enorme che oggi grava sul lavoro del docente, che spesso non sa come rispondere a queste esigenze; da questa constatazione sono nate le Siss, che ovviamente non riescono – per una serie impressionante di disservizi, miopie, interessi privati e incapacità pubbliche – a costruire davvero questo tipo di competenze. Ma forse nessuno riuscirebbe a progettare a tavolino un percorso adeguato in questo senso. Io credo che ognuno di noi, che vuole lavorare nella scuola, deve accettare alcune verità molto scomode: 1) il ruolo, cioè la mansione assegnata dall’ istituzione, che implica uno status, dei compiti, anche burocratici, e la collocazione in una gerarchia, oggi prevale nettamente sulla funzione, che è l’attività intellettuale che segue la propria logica, aspira a una purezza senza condizionamenti e obbedisce solo all’etica della ricerca. 2) Agli educatori, addetti a un campo ormai marginale (almeno per l’opinione pubblica, e per la classe al governo), inseriti nella categoria burocratica del “personale docente”, non resta che accettare consapevolmente questa marginalità, e considerare la figura dell’intellettuale come quella che rappresenta tutte le figure e le istanze solitamente dimenticate o censurate, facendo della propria marginalità una figura rappresentativa di tutte le altre marginalità presenti sulla scena. In questa ottica, insegnare è un’azione trasgressiva rispetto a modelli di comportamento sociale fortemente appiattiti e conformisti.
Scusa, il mio intervento è una divagazione rispetto al tema proposto: me la cavo con un 5? Un saluto affettuoso
Rossana
Benvenuto Raffaele!
Cara Gensil,
sono un’infiltrata, una vecchia insegnante di latino, che tiene anche corsi alla Siss. Ho letto il tuo accorato post, e ovviamente ne condivido larga parte.
Il problema è che il prestigioso percorso di formazione da te seguito dopo la laurea (dottorato, partecipazione a gruppi di ricerca internazionali) non è coerente con quanto viene richiesto per la scuola. Vedi, nella scuola non si insegnano discipline, ma si insegna attraverso le discipline: ogni docente “usa” la sua materia per rispondere a una serie impressionante di altre richieste: psicologiche, affettive, relazionali, sociali, culturali ma in senso molto lato… Tutto questo grava in modo pesantissimo sulle spalle di un docente, e da questa constatazione sono nate le Siss, che però, per disservizi, miopie, interessi privati e incapacità pubbliche, non sono in grado di formare veramente questo tipo di professionalità, ammesso che si possa fare attraverso un percorso progettato in via teorica. Si tratta davvero di un compito molto difficile.
Io credo che chi oggi voglia insegnare nella scuola deve accettare, tra le tante, due scomode verità: 1) il ruolo, che implica uno status, dei compiti, anche burocratici, in cambio di uno stipendio, prevale oggi nettamente sulla funzione, che coincide con un’attività intellettuale che segue la propria logica, aspira a una purezza priva di condizionamenti e obbedisce solo all’etica della ricerca; 2) gli insegnanti occupano uno spazio nettamente marginale (dal punto di vista dell’opinione pubblica e dei governanti, a qualunque schieramento appartengano): devono prendere atto di questa marginalità (che peraltro può essere rappresentativa di tutte le persone e le istanze censurate o dimenticate), e considerare la loro “funzione” come esercizio di un’azione trasgressiva rispetto a modelli di comportamento fortemente appiattiti e conformisti.
Sono certa che la mia risposta rappresenta una divagazione rispetto al tema proposto: me la cavo con un 5?
Un saluto affettuoso
Rossana
Cara Rossana, ho ricopiato il tuo messaggio perchè, non so come mai, wordpress ha fatto capricci e non è stato possibile caricarlo.
Grazie. Il tuo messaggio è molto dolce e sentito. Cercherò di accettare le due scomode verità, sperando di non perdere mai la voglia di “trasgredire” quando ne avrò la possibilità.
Gensil