l’onda della protesta e la sua risacca

Il movimento di protesta contro i provvedimenti inerenti scuola e università voluti dal ministro Gelmini è cresciuto nelle ultime settimane inaspettatamente, tanto da far tentennare il premier sul da farsi. Oggi non c’è una pantera, felide predatore dall’udito eccezionale, che attacchi ferocemente il sistema, pur identificandosi in un animale smarrito per le strade della capitale. Il movimento in azione oggi si dichiara come un’onda anomala, capace di sconvolgere le maree di chi vuole cambiare il Paese tramite decreti, o almeno di oscurare i siti di coloro che detengono il potere. L’onda anomala si schiera contro i tagli indiscriminati a università ed istruzione, contro la riforma del “maestro unico”, contro la possibilità di trasformare le università in fondazioni e contro il turn-over ridotto al 20% per le università. Avevamo già trattato mesi fa alcuni di questi problemi, e ci sentivamo un po’ una triste voce nel deserto. Ora che l’attenzione a questa situazione ha scosso una moltitudine di persone, oltre a rimanere piacevolmente colpita dall’irruenza e dalla potenza dell’onda anomala, sono piuttosto preoccupata dalla sua eventuale risacca.
Puntando l’attenzione sull’università, è ovviamente desolante assistere ad ulteriori tagli in un Paese che già destina una percentuale irrisoria del PIL per la ricerca (il confronto è desolante non solo con gli USA, ma anche con i nostri vicini di casa, dalla Francia alla Spagna per intenderci). Ancora più triste è vedere che nell’attuale crisi economica, vengono spesi quattrini per salvare l’Alitalia, per non far pagare l’ICI sulla prima casa anche a coloro che hanno redditi altissimi e questi fondi vengono prelevati dall’istruzione e dall’università, che dovrebbero essere fra i motori primi di un Paese moderno. Questa è comunque un’osservazione globale, fatta cioè guardando “dall’alto” le possibilità e le risorse del Paese. Se invece abbassiamo lo sguardo, o meglio puntiamo l’occhio nel buco della serratura, come tanto bene ci hanno insegnato a fare i mass-media italiani, quello che vediamo sul “pianeta università” è un affastellarsi di sprechi, un nepotismo diffuso e un assenteismo ingiustificato. Quindi, vox populi, si fa bene a tagliare indiscriminatamente i fondi ad enti in cui si fanno sprechi e si fa carriera su raccomandazione. Qual è il problema?
Il problema è che non viene affrontato il problema! Il sistema universitario italiano non è un sistema completamente corrotto, non meritocratico e fatiscente. Altrimenti, come si spiega il fenomeno dei “cervelli in fuga”? Se questi cervelli non avessero trovato una buona formazione nell’università italiana, non sarebbero mica accolti a braccia aperte all’estero. Sono “cervelli pensanti”, non ammassi di neuroni che si pregiano di essere made in Italy! Come si spiega una produzione media di articoli per ricercatore molto ben piazzata nel mondo? Se tutti coloro che lavorano nelle università fossero incapaci ed assenteisti, sarebbe improbabile un simile risultato. Tutto questo non vuol dire che non esistano sprechi, baroni e nepotismo, ma che non sono l’unica realtà presente. L’università italiana, come tanti altri enti pubblici, è un crogiuolo di realtà dove convivono -purtroppo spesso troppo pacificamente!- l’eccellenza e la nullafacenza. Se non si mette mano ad una riforma seria, che sappia fare dei distinguo, che corregga sprechi e comportamenti sbagliati, che premi invece il merito e l’intraprendenza, rischiamo persino che i tagli colpiscano più duramente le realtà migliori, più produttive e “pulite”, mentre i baroni, con il loro contorno feudale, verranno solo marginalmente scalfiti. La risacca dell’onda anomala potrebbe trovare disponibilità a fare un passo indietro sui tagli, ma un’ostinata resistenza a riformare l’università tramite criteri meritocratici e il controllo reiterato -da parte magari di referee internazionali- dell’attività svolta da chi ci lavora.
La strada da fare è tutta in salita, e lo dico con il pessimismo dell’intelligenza e l’ottimismo della volontà…

~ di Maria Grazia Ortore su Novembre 4, 2008.

3 Risposte to “l’onda della protesta e la sua risacca”

  1. Non c’e’ nulla di originale in quello che intendo scrivere. In un paese i cui cittadini hanno un cosi’ debole senso dello Stato, e del privilegio che dovrebbero sentire nel servirlo, e’ chiaro che l’Amministrazione Pubblica pecchi delle inefficienze, degli sprechi, che sono, piu’ o meno, nel mirino dei cecchini di questo governo. L’identificazione della ricerca con la Pubblica Amministrazione, proprio in questo contesto di scarso senso dello Stato, e’ come una condanna per la Ricerca. Anche in Francia i Ricercatori sono dei “civil servants”, ma loro la Nazione, e non solo la “Nazionale”, la rispettano…

  2. Non è banale il tuo intervento, Massimo. E’ proprio la mancanza del senso dello Stato che ha portato l’Italia nell’attuale pessima situazione. Del resto penso che chi ha votato l’attuale premier sia ben cosciente di quanto questi rappresenti più un atteggiamento di furbizia e di “aggiramento delle regole”, che di servizio dello Stato.
    Almeno così mi sembra…

  3. Siamo sempre lì..
    nella mia breve esperienza estera, non solo in dk, ma anche alle conferenze, il ricercatore italiano è sempre preso in grandissima considerazione, ogni gruppo è sempre molto interessato ad acquistare lo straniero d’Italia. Ho l’impressione che siamo tornati ad essere come quei capitani di ventura che si vendevano alla nazione migliore offerente, perchè forse, allora come oggi, non c’era una nazione Italia, ma solo un confuso sentire (poco) comune, ricercatori come i mercenari, che anche allora erano consederati i migliori nel loro campo.
    Oggi forse l’assenza Italia è nel distacco che c’è fra la realtà della ricerca come la conosciamo noi (semi)adetti ai lavori, e la gente comune, che placidamente ci ignora e continuerà ad ignorarci.
    Giovanni dei Medici, il tragico Giovanni dalle bande nere, è passato alla storia, ma temo sia morto di cancrena…

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