Simpatica lettera

•Novembre 13, 2008 • 5 Commenti

Ecco una simpatica lettera che abbiamo inviato come correspondance a “Nature”, e che ovviamente e’ stata rifiutata.

Voglio pubblicarla almeno su questo blog:

SIR – Imagine if the dean of the Medicine faculty would appoint his wife, a former high school teacher of literature, full professor of History of Medicine in his own faculty. Imagine if the same dean would also appoint his own son associate professor in the same faculty. Imagine if the dean’s daughter, a law graduate, would become associate professor of Forensic Medicine, again in the same faculty. Imagine this dean to be elected Rector Magnificus of the whole University with an overwhelming majority of 1788 votes by his fellow professors. Imagine finally this University to be the largest of Europe in number of students, and you will have an idea of what happened last week, with the election of Luigi Frati as the new Rector of “La Sapienza” in Rome.

Unfortunately, this is only the tip of the iceberg of what happens every day in many Italian universities, with the tacit agreement of a relevant majority of the academic staff, as has been convincingly revealed in the recent book “L’Università truccata” of Roberto Perotti.

It is often said, and it is certainly true, that Italy does not invest enough in the R&D sector (only 1.1% of the GDP in 2006 compared to a European average of 1.84% for the same period). With this letter, however, we want to expose a problem of the Italian universities which is subtler, because endemic: the dramatic absence of meritocratic criteria in the selection of the academic staff, with the tacit complicity of those called to vote on these issues. It is in fact not surprising to find so few foreign scientists in a country where “territorial belonging” is more important than scientific soundness, where the rules of the concorsi (Italian public competitions) are tailored on the persons to be chosen, where the winner of a concorso is decided (and known) far in advance and where the best candidates are discouraged to bother the judging commission by competing. The problem is so radical that it paradoxically calls for simple solutions: e.g. allocating funds according to the department’s scientific productivity, making international committees mandatory for the evaluation of the research proposals, introducing a strict regulation of the appointing process to avoid conflicts of interest.

As Italian academicians, living abroad and experiencing how things might work differently, we see it as our moral duty to expose the poor status of our academic system and to trigger an open international debate on possible and reasonable solutions.

Andrea Baldi

Matteo Filippi

Condensed Matter Physics
Department of Physics and Astronomy
Faculty of Sciences
VU University Amsterdam
De Boelelaan 1081
1081 HV Amsterdam, NETHERLANDS

l’onda della protesta e la sua risacca

•Novembre 4, 2008 • 3 Commenti

Il movimento di protesta contro i provvedimenti inerenti scuola e università voluti dal ministro Gelmini è cresciuto nelle ultime settimane inaspettatamente, tanto da far tentennare il premier sul da farsi. Oggi non c’è una pantera, felide predatore dall’udito eccezionale, che attacchi ferocemente il sistema, pur identificandosi in un animale smarrito per le strade della capitale. Il movimento in azione oggi si dichiara come un’onda anomala, capace di sconvolgere le maree di chi vuole cambiare il Paese tramite decreti, o almeno di oscurare i siti di coloro che detengono il potere. L’onda anomala si schiera contro i tagli indiscriminati a università ed istruzione, contro la riforma del “maestro unico”, contro la possibilità di trasformare le università in fondazioni e contro il turn-over ridotto al 20% per le università. Avevamo già trattato mesi fa alcuni di questi problemi, e ci sentivamo un po’ una triste voce nel deserto. Ora che l’attenzione a questa situazione ha scosso una moltitudine di persone, oltre a rimanere piacevolmente colpita dall’irruenza e dalla potenza dell’onda anomala, sono piuttosto preoccupata dalla sua eventuale risacca.
Puntando l’attenzione sull’università, è ovviamente desolante assistere ad ulteriori tagli in un Paese che già destina una percentuale irrisoria del PIL per la ricerca (il confronto è desolante non solo con gli USA, ma anche con i nostri vicini di casa, dalla Francia alla Spagna per intenderci). Ancora più triste è vedere che nell’attuale crisi economica, vengono spesi quattrini per salvare l’Alitalia, per non far pagare l’ICI sulla prima casa anche a coloro che hanno redditi altissimi e questi fondi vengono prelevati dall’istruzione e dall’università, che dovrebbero essere fra i motori primi di un Paese moderno. Questa è comunque un’osservazione globale, fatta cioè guardando “dall’alto” le possibilità e le risorse del Paese. Se invece abbassiamo lo sguardo, o meglio puntiamo l’occhio nel buco della serratura, come tanto bene ci hanno insegnato a fare i mass-media italiani, quello che vediamo sul “pianeta università” è un affastellarsi di sprechi, un nepotismo diffuso e un assenteismo ingiustificato. Quindi, vox populi, si fa bene a tagliare indiscriminatamente i fondi ad enti in cui si fanno sprechi e si fa carriera su raccomandazione. Qual è il problema?
Il problema è che non viene affrontato il problema! Il sistema universitario italiano non è un sistema completamente corrotto, non meritocratico e fatiscente. Altrimenti, come si spiega il fenomeno dei “cervelli in fuga”? Se questi cervelli non avessero trovato una buona formazione nell’università italiana, non sarebbero mica accolti a braccia aperte all’estero. Sono “cervelli pensanti”, non ammassi di neuroni che si pregiano di essere made in Italy! Come si spiega una produzione media di articoli per ricercatore molto ben piazzata nel mondo? Se tutti coloro che lavorano nelle università fossero incapaci ed assenteisti, sarebbe improbabile un simile risultato. Tutto questo non vuol dire che non esistano sprechi, baroni e nepotismo, ma che non sono l’unica realtà presente. L’università italiana, come tanti altri enti pubblici, è un crogiuolo di realtà dove convivono -purtroppo spesso troppo pacificamente!- l’eccellenza e la nullafacenza. Se non si mette mano ad una riforma seria, che sappia fare dei distinguo, che corregga sprechi e comportamenti sbagliati, che premi invece il merito e l’intraprendenza, rischiamo persino che i tagli colpiscano più duramente le realtà migliori, più produttive e “pulite”, mentre i baroni, con il loro contorno feudale, verranno solo marginalmente scalfiti. La risacca dell’onda anomala potrebbe trovare disponibilità a fare un passo indietro sui tagli, ma un’ostinata resistenza a riformare l’università tramite criteri meritocratici e il controllo reiterato -da parte magari di referee internazionali- dell’attività svolta da chi ci lavora.
La strada da fare è tutta in salita, e lo dico con il pessimismo dell’intelligenza e l’ottimismo della volontà…

Intervento di G. B. Bachelet alla camera

•Ottobre 29, 2008 • 3 Commenti
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto, a titolo personale, l’onorevole Bachelet. Ne ha facoltà.

GIOVANNI BATTISTA BACHELET. Signor Presidente, sono d’accordo con il Ministro Brunetta sulla meritocrazia e sulla mobilità dei ricercatori giovani. Mi sono laureato nel 1979, ho lavorato negli Stati Uniti, alla scuola Normale, al Max Planck Institut e al CNR fino al 1988, anno in cui, a 33 anni, ho vinto il primo concorso libero per associati. Tuttavia esistono lunghi periodi, nel nostro Paese nei quali per molti anni, non ci sono concorsi; alla fine di questi periodi ci sono persone molto brave che non hanno mai avuto l’opportunità di un concorso libero. Ciò succede purtroppo anche ora, dopo cinque anni di ministero Moratti e due di ministero Mussi. Una delle ultime cose buone che ha fatto Mussi – lo dico da professore universitario – è stato il prevedere posti in più per i ricercatori universitari, che in parte il nostro Governo attuale – il vostro Governo – sta mantenendo, e lo stabilizzare molti ricercatori meritevoli negli enti di ricerca. Ora, quando per molti anni non sono banditi concorsi, fermare simili stabilizzazioni implica una catastrofe, e il Ministro Brunetta dovrebbe saperlo perché egli è diventato professore associato con i concorsi del 1981 detti anche «grande sanatoria» con i quali tutti quelli che, a vario titolo, erano precari nelle università, sono stati, con un concorso riservato, accettati come professori. Poiché la situazione odierna è assai simile prego il Ministro di riconsiderare molto attentamente ciò che sta facendo ai precari, almeno per quanto riguarda la ricerca.

PRESIDENTE. La prego di concludere.

GIOVANNI BATTISTA BACHELET. Egli, infatti, rischia di fare del male ad altri: di non far loro godere un beneficio del quale, in un certo senso, egli stesso ha goduto (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).

C’è del marcio in Danimarca

•Ottobre 29, 2008 • 18 Commenti

 

Si, lo so, il titolo è molto banale, quasi scontato per uno che sta facendo il dottorato in Danimarca.. Ma concedetemi un po’di fiducia, ed andiamo avanti, al titolo torneremo poi.

Se vi aspettate un freddo e lucido resoconto della mia esperienza, bè lasciate perdere e passate oltre, io sono un fisico atipico, che tutto sommato non sa ancora perchè lo sta facendo…

Avevo preso in considerazione la Danimarca 2 anni fa, per una serie di (s)fortunate coincidenze.. un servizio di Iacona su Rai3 sulla ricerca, che glorificava la situazione da queste parti, la volontà di fare una fuga in avanti, per scappare da alcune situazioni personali un po’ pesanti e perchè no, anche il mito di una nazione libera e progressista, confrontata con la solita Italietta provinciale..

Venni qui la prima volta nel luglio del 2006, per fare la famosa interview con il mio futuro supervisor ed il gran capo del dipartimento, arrivai di sera, e la prima sensazione scendendo dall’aereo fu… un incredibile, permeante, immanente odore di merda…

Si si, proprio merda.. stallatico allo stato puro che pervadeva tutta l’area, nonché le narici.

Per chiarezza aggiungo che io sono a Sonderborg, sud Jutland, al confine con la Germania, in una zona che ha vissuto di agricoltura fino a dieci anni fa, quando alcune grosse industrie  decisero di trasferirsi qui, portando soldi, un aeroporto, un’università, ed una quantità impressionante di immigranti, qualificati come me (uhm, ve lo concedo, più o meno qualificati.. diciamo con una laurea) e quelli non qualificati.. ovvero quelli che qui chiamano in gran simpatia “quei bastardi degli arabi”, e questo quando sono di buono umore (cosa che capita piuttosto raramente…).

Quindi qui le fattorie abbondano, e di conseguenza mucche, vitelli e affini (il famigerato filetto danese.. ma come abbiamo fatto a vivere senza per così tanti anni? Avevamo la chianina, eravamo felici e non lo sapevamo..).

Quel intenso odore doveva dirmi qualcosa fuor di metafora, ma io ero troppo razionale, troppo curioso per farmi condizionare, si decisamente troppo…

E poi mi avevano invitato loro, viaggio e permanenza a loro spese, io abituato alla Sapienza, ai (non) soldi per la ricerca in Italia.. Il colloquio andò molto bene, anche meglio quando mi dissero dello stipendio: 2mila e passa euro netti al mese, con contributi per la pensione e tutto.. poi la sera il gran finale, il grande capo, il direttore del dipartimento, mi invita a cena nella sua piccola villa di periferia ed oltre alla cena mi offre del ottimo vino, del cognac… io pensavo fra gli effluvi del alcol a Martinelli (ai tempi direttore del dipartimento di fisica della Sapienza) che invita a cena un dottorando nordico…il contrasto creava un senso di estraneamento esilarante. Torno a Roma quasi scandinavo nell’animo, accetto il contratto, e il primo settembre mi trasferisco armi e bagagli..

E qui comincia una vita di contrasti.. un primo anno in una sede provvisoria,  perchè l’università è praticamente in costruzione, poi finalmente la bellissima nuova sede sul fiordo e stanza all’ultimo piano con vista sul suddetto..

Il dottorato professionalmente va benissimo, il progetto è buono, all’inizio molto sui libri, poi si lavora, a volte troppo, ma spesso bene, raramente lo stress ti uccide, per i danesi il lavoro non deve affaticare (mi viene in mente en passant che a Napoli il lavoro si chiama “ ’a fatica” e il cortocircuito si chiude), non sono esattamente nel mio campo, io sarei un “meccanico statistico”, qui facciamo modelli matematici in meccanica quantistica dei semiconduttori, ma ho comunque la possibilità di lavorare indipendentemente (bè quando ho tempo, quindi quasi mai) su un mio progetto sui sistemi disordinati, ci sono soldi e varie collaborazioni, il mio supervisore è un brav’uomo ed un quasi ottimo fisico, certo un po’danese (ora ci arrivo) e soprattutto il giovane ricercatore con cui lavoro tutti i giorni è una mente (ma molto danese), e non c’è giorno che non imparo qualcosa.. mi seguono quando scrivo gli articoli, mi INSEGNANO a fare ricerca, ho due corsi come esercitatore, e poi ci sono un’impressionante quantità di soldi (ancora) per conferenze, infatti in un anno vado: a Banff in Canada (piccola conferenza sui semiconduttori), dove passo anche due giorni a sciare sulle piste di Calgary (si, a me piace molto vivere, questo temo si intuisca fra le righe..), a Venezia, conferenza di modelli matematici, con permanenza in fantastico hotel  dove faccio net – working (mmm brutta questa, ma tant’è… mi offrono pure un postdoc a Torvergata) in ottimi ristoranti, e dulcis in fundo conferenza ICPS a Rio de Janeiro, con albergo ad Ipanema (qui ogni particolare sarebbe di cattivo gusto..). Poi mi hanno dato la possibilità di seguire dei corsi a Roma di dinamica molecolare e di simulazioni ab initio per due mesi il primo anno (viaggio a loro spese) ed ora mi mandano sei mesi a Purdue, Indiana, a lavorare sul tigh binding e fare altra esperienza… Insomma mi faccio un discreto mazzo, ma ben ripagato..

Aggiungo ancora che, anche se io sono un teorico, all’università è stata costruita ex-novo una fantastica clean- room, e c’è un ottimo gruppo di sperimentali che lavora su varie nanotecnologie.

Ultimo,  ma non meno importante (at last but not at least direbbero i sassoni) il rispetto e la considerazione sociale e culturale data a chi fa il nostro mestiere, la trasparenza nelle assunzioni, il senso di legalità, forse un po’ imposto ma sicuramente presente nella società danese.

Dunque il paradiso del giovane (almeno nello spirito, Grazia, almeno nello spirito) fisico, si direbbe… un posto dove ti pagano e ti stimano per fare scienza, invece di considerarti uno sfigato senza speranza come in Italia..

 

(Il paragrafo seguente è stato scritto prima che la mannaia Gelmini si abbattesse inesorabilmente su quel poco di buono che ci era rimasto, conferendo al mio pensiero un senso di preveggenza che mi sarei sicuramente risparmiato).

 

Apro una parentesi: avete notato (si, sicuramente si se passate un po’ di tempo nella cosiddetta società civile) che il nostro è un paese che ha assorbito così profondamente un  modello di perseguimento del successo facile, immediato e senza sforzo, che chiunque faccia una scelta faticosa (come studiare) pur potendo teoricamente divenire parte della migliore elite culturale del suddetto paese, viene immediatamente classificato come un perdente..

Ci pensate, del passato ricorderemo Aristotele, Cicerone, Pascal, Kant, Einstein, dell’Italia del inizio secolo ricorderemo Taricone del grande fratello..

 

Ma torniamo ai dolori del giovane Barettin, dov’è che il sistema fa acqua? Purtroppo come per la famosa coperta troppo corta, se tiri da una parte, ti scopri dall’altra…

In ordine sparso…

La Danimarca è un paese che alle 5 del pomeriggio chiude.. chiude proprio, e non solo i negozi, ma tutta la vita in genere..dopo le cinque non c’è un anima in giro, sono tutti chiusi in casa, ad organizzarsi un bel divorzio..si, perchè quando (se) un danese si sposa lo fa a vent’anni, e a quel punto non esce quasi più di casa, per circa un ventennio, fa un due, tre figli, e verso i 45 si è rotto talmente le scatole di vedere sempre e solo la stessa persona che divorzia.. e infatti in giro ci sono solo ventenni e cinquantenni divorziati.. in giro, ovvero intendo ovviamente il venerdì e il sabato, gli unici giorni in cui abbandonano le tane.. e scendono in città. Io abito nella via principale,  Store RaadHusgade (si pronuncia tipo stooo rrr(sputo)ooollhh(ri-sputo)usgale, ci ho messo sei mesi a farmi capire dai tassisti locali) durante la settimana la sera sembra la via di una città fantasma del far west (ci sono pure i rovi portati dal vento), il weekend sembra di stare a Rimini a ferragosto…insomma escono e cosa fanno? Bevono. Bevono. E poi bevono. In genere escono già bevuti da casa per spendere meno, anche se il danese medio spende di media un cento euro per bere il sabato sera, e siccome cenano alle 6 e mezza mediamente verso le 9 sono già ubriachi, dispensano allegramente urina per le strade (tutte le domeniche tocca lavare l’androne) e vanno avanti fino alle 6 della domenica, domenica che in genere passano in coma a riprendersi dalla sbornia…

E infatti la domenica mattina se esci pensi ci sia stato il coprifuoco, che a tua insaputa abbiano evacuato la popolazione per qualche epidemia di cui solo tu sei all’oscuro.. no, sono a casa a riprendersi per il lunedì…

Ora, le prime domeniche facevo delle belle passeggiate, in fondo abito a 40 metri dal fiordo, a 500 dalla foresta, vicino ad un lago…pensavo… sai che bello che deve essere..ed in effetti la prima domenica..cigni, germani reali, oche selvatiche, cervi, scoiattoli, un aria pulita,  priva di inquinamento, la natura in tutte le sue manifestazioni animali e vegetali..solo io e la natura… Allora, la prima domenica..bellissimo! la seconda domenica stupendo! La terza domenica guardando il cervo negli occhi un pensiero di guzzantiana memoria mi assale..” Ah cervo, ma io e te, ma che se dovemo da dì?”

 

Non so, forse io sono oltre che un fisico atipico, una persona che quando stacca dal lavoro ha troppo bisogno di avere una vita intorno, anche per scriverci un po’ su ( la mia seconda passione), forse chiedo troppo.. però…qualcuno sano di mente con cui scambiare due parole (e non solo un cervo..)  non mi sembra davvero una richiesta assurda..

 

Ho detto quando si sposano.. già, perchè non è certo obbligatorio.. ma anche qui scordatevi il mito delle scandinave aperte e trasgressive…il sesso è sicuramente molto presente, ma solamente per coprire la quasi totale mancanza di comunicazione emotiva.. nei locali la gente, ubriaca ed in preda ad una specie di trans ferina passa il fine settimana a ballare ( oddio, in realtà saltano furiosamente in assoluta mancanza di ritmo) musiche anni ottanta e qualche improbabile ritmo latino, e così, senza spesso una parola, si avvinghiano, si denudano, si accoppiano confusamente, con persone con cui il giorno dopo non avranno neanche la forza di incrociare gli occhi.. Mi rendo conto che una serata sobria in un locale qui è qualcosa di così squallido che si diventa alcolisti per educazione..

E poi, dulcis in fundo, le ragazze madri..

Spieghiamoci, il sistema assistenziale danese è una terribile arma a doppio taglio: qui se si perde il lavoro per due anni il sindacato ti da l’80% dello stipendio se non trovi un  nuovo lavoro, cosa quasi impossibile, visto che qui c’è la sotto-occupazione, ovvero ci sono più posti di lavoro disponibili che persone disposte a farli, specie per lavori intellettuali. Passati i due anni, se non sei nullatenente, ti devi vendere tutto, e campare con quello, ma nel momento in cui diventi assolutamente povero, senza proprietà (casa, auto, etc) lo stato ti da automaticamente una casa (si una casa, avete capito, una casa gratis) ed uno stipendio a vita, detto “la sociale”, di circa 800 euro. Ora, d’accordo che qui la vita è cara, ma 800 euro senza spese…

Inoltre anche gli studenti che vogliono andare via da casa ricevono uno stipendio e un alloggio, ed infine le ragazze madri ricevono un alloggio ed uno stipendio proporzionale al numero dei figli.. (più figli, più stanze, più soldi..).

Con quale risultato? Che la stragrande maggioranza delle ragazze qui NON FA NULLA, si limita a farsi mettere in cinta, in genere da uomini diversi..

La cosa è sconcertante… quando ero arrivato qui mi avevano parlato di questa consuetudine, ma non avevo capito le dimensioni del fenomeno.. in realtà poi uscendo la sera, ogni volta, e quando dico ogni volta dico proprio sempre,  parlando con una ragazza  intorno ai venti, venticinque (quelle sopra i quaranta ti raccontano del loro divorzio..quelle fra i 25 e i 40 oramai lo sapete, non escono e preparano il divorzio.. ) ad un certo punto ti fa..” eh si perchè mia figlia..” E  lì scopri che ha una, due (a volte anche tre) pargoli, in genere di 4, 5 anni, che lei ha 21 anni, che il padre è un afgano, che lei come lavoro dice che fa la cameriera… Ovvero lavora da un paio di settimane in un locale, dopo di che si rende conto che lavorare stanca, come diceva Pavese, e quindi molla.. Ho parlato con un ragazzo tunisino che ha un locale, e che ha lavorato molti anni in Italia. Lui mi ha detto che i danesi da lui non reggono più di 15 giorni, poi non concepiscono il fatto che devono faticare, e si licenziano..Solo i latini (sudamericani, italiani, spagnoli) reggono, e tutto sommato non si lamentano nemmeno, visto che le paghe sono alte.

Parentesi nella parentesi…qui puoi andare dal tuo medico di famiglia, dire che sei stressato, e quello ti fa un certificato, e tu te ne stai a casa due mesi a stipendio pieno, e poi torni part-time (che non so quante ore siano, visto che qui si lavora 37 ore a settimana, e lo straordinario non è concepito..) finché non sei guarito..

Questo porta ad una società svuotata, dove i danesi non vanno all’università (in genere solo il 10% degli studenti nelle classi master, in pratica la nostra specialistica, è danese e infatti le lezioni sono in inglese, con casi paradossali di classi con un solo studente danese), e sostanzialmente non producono. In altre parole la Danimarca è un paese mediocre, (per carità, con punte di eccellenza e molte ottime persone) che ha puntato soltanto su una cosa… i soldi: stipendi alti, servizi, incentivi per far venire dall’estero tutto quello che loro non hanno (e avranno sempre meno), ovvero la forza lavoro, gli studenti, i ricercatori, per farli produrre per le loro aziende, e quindi avere altri soldi per mandare avanti il circolo. Non fa una piega. Ovviamente tutto questo è possibile perchè è un paese piccolo, con solo 5 milioni di abitanti (e circa 600mila stranieri), altrimenti imploderebbe. Ed ancora più ovviamente questo porta ad uno sconvolgimento sociale impressionante, con immigrati qualificati che fanno i lavori qualificati, immigrati non qualificati che campano alle spese del sistema, che significa migliaia di afgani, siriani, nordafricani che si trascinano in giro in piena apatia, e nel mezzo i danesi, un popolo chiuso e isolazionista, che non fa che odiare sempre più ogni giorno gli stranieri. Ragazzi arabi completamente dis-integrati, che vanno in giro su macchine rumorose vestiti da rapper americani coi catenoni al collo, perchè non avendo più una loro identità copiano quelle del hiphop, maledicendo ed insultando i danesi nell’unica lingua che ormai conoscono.. il danese, perchè l’arabo non lo parlano più!!

E per la prima volta nella mia vita ho sperimentato il razzismo sulla mia pelle. Per le mie caratteristiche somatiche, molto mediterranee in effetti, vengo spesso scambiato per arabo, specie dai danesi che non distinguerebbero un cingalese da un bergamasco, e questo mi crea grossi problemi nei negozi, o in altre situazioni, specie con le persone meno istruite. Quindi devo sempre trovare il modo per far capire che sono italiano, lo DEVO dire, e la cosa funziona:” ah sei italiano” (sottinteso “non sei uno di quelli”).

Triste, per evitare il razzismo devo usare un atteggiamento razzista (io sono meno nero di loro..) e questo perchè per fortuna siamo visti ancora bene, perchè qui la criminalità non l’abbiamo mai esportata, gli italiani di qui lavorano, la maggior parte in ristoranti familiari, e soprattutto pagano le tasse, in un paese in cui l’evasione fiscale   è considerata un reato più grave dell’omicidio (anche se poi tutti i ristoranti lavorano per un buon 30% al nero, e non solo i ristoranti).

 

Certo nove volte su dieci il danese medio ad un certo punto del discorso ti fa “ Ah l’Italia… Berlusconi, ahahah che gente curiosa che siete..” e questo detto a uno che si è preso 4 aerei in 3 giorni a proprie spese solo per venire a NON  votarlo…

Ma qui arriviamo al punto che mi fa incazzare di più come italiano, come fisico, e come persona..

La cosa che mi devasta è vivere in un paese che ha pochissimo da dare, ma che funziona, che sa come far funzionare quel pochissimo che ha.. La Danimarca è un paese che è sempre in testa alle classifiche dei paesi dove si vive meglio.. ed io all’inizio mi chiedevo perchè.. perchè la gente si sente felice in un paese di repressi, di gente che non si abbraccia perchè si vergogna, del paese con il più alto tasso di alcolizzati adolescenti, dove le madri lasciano i figli (giuro) in carrozzina fuori del caffé in pieno inverno, dove la cena più prelibata consiste in carne, patate e carlsberg, la cena media in carne patate e carlsberg, e scommetto che se ora vi chiedo della cena di natale avrete un idea del menù..

Il fatto è che i Danesi sono convinti di essere felici, sono quasi inebetiti nella loro convinzione solipsistica di felicità, ed incapaci forse di confrontarsi. Vi faccio notare che in un momento storico in cui dicono che Roma sia diventata pericolosissima, mentre in realtà ci sono molti meno crimini degli anni settanta, Copenhagen (KobenHavn, il porto dei mercanti) è diventata davvero quella che Calderoli chiamerebbe, se conoscesse la parola, casba, con zone in cui non sembra di essere in Europa. Nessun commento su questo, è solo un’osservazione, altrimenti andiamo troppo lontano.

Ma non possiamo certo fargliene una colpa, ovvero io posso sfotterli in allegria, anche perché ho conosciuto anche belle persone, ma non posso prendermela con loro (anche) per il fatto di essere felici di vivere in Matrix e di non voler prendere la pillola rossa..

A noi Italiani invece la pillola rossa l’hanno data da piccoli con la minestrina, noi amiamo, come nessun altro, criticarci, criticare il nostro sistema e farci fottere..

Abbiamo la peggiore classe dirigenziale d’Europa ( vabbè, forse in Polonia è peggio..), politici, manager, amministratori non fanno altro che distruggere il bene pubblico, e spesso anche il privato, per il proseguimento del loro tornaconto personale, la corruzione come paradigma.

Ha scritto David Mamet:

“ La corruzione politica che persegue la ricchezza è limitata dalla collocazione e dalla quantità delle ricchezze. La corruzione politica tesa a realizzare una personale visione del bene pubblico non conosce limite alcuno, e sfocia nel delitto e nel caos”.

 

Noi siamo andati oltre, abbiamo elevato la corruzione politica a sistema politico in se.

 

 E continuiamo a dare tutto questo per scontato, per ineluttabile, un carattere nazionale che ci rende simpatici quanto inaffidabili, con la nostra proverbiale capacità di arrangiarci, arrangiarci perchè non sappiamo mai organizzarci per tempo.

Si, come si direbbe a Roma, sto a rosicà..

L’Italia vista dalla Danimarca è insopportabile, e lo è quanto più la realtà che lì mi circonda non rappresenta, almeno per me, un modello valido. Non voglio parlare di soluzioni, non ora almeno, questo è solo un post su un dottorando italiano perplesso in Danimarca…

 

Mi viene in mente quello che diceva un mio amico a proposito di una famosa pubblicità di merendine, quella di “Più latte, meno cacao!”: “ Ma non si potrebbe avere più latte e più cacao?”, ovvero, per tornare alla coperta, perchè se da una parte ti devo dare ti devo per forza togliere dall’altra? Perchè ogni volta che torno nella mia Roma (bè non solo mia, ma Roma per me è una condizione dello spirito più che un luogo fisico) mi devo sentire così estraniato dal fatto di quanto sia bello viverci e quanto impossibile lavorarci con dignità?

 

Sono stanco di lamentarmi di entrambe le realtà, quando sono partito pensavo di tornare presto, ora la situazione da tragica mi sembra diventata etimologicamente disperata, e temo che al nord ci resterò a lungo. Non so se sono fuggito, non so se è una scelta giusta, cerco le alternative, ma al momento mi sembrano scivolare via..

 

Eppure credo ancora che se smettessimo di essere fatalisti, ce la potremmo ancora fare.. non fosse altro che per far rosicare un po’ i Danesi..

 

Fare “la fila”

•Settembre 28, 2008 • 7 Commenti

Prendo spunto da un recente articolo di Giulio Palermo (“La contraddizione”, N. 124, 2008, pp. 68-79) in cui si tratta di ricercatori precari, cooptazione e potere baronale, per parlare di qualcosa che mi sta molto a cuore e coinvolge molti dei miei colleghi ( e amici).

Questo nuovo articolo e’ la continuazione di un precedente intervento sul manifesto del 12 dicembre 2007 (che puo’ essere trovato sul sito dell’autore http://www.eco.unibs.it/~palermo/ alla voce “Ricercatori precari e baroni”, insieme ad una versione non edulcorata dello stesso articolo).

Nell’ articolo i ricercatori precari, che fanno la fila un assegno dopo l’altro fino al “loro” concorso, vengono descritti come componente fondamentale del pessimo stato dell’universita’ italiana. Dunque, pur pagando in prima persona le conseguenze di un sistema marcio, i precari, definiti “aspiranti ricercatori in corso di cooptazione”, hanno un ruolo considerevole nella disgregazione dell’universita’ in Italia,

Sono completamente d’accordo con lui e trovo l’articolo giusto e ragionevole, quasi ovvio. Ovviamente invece i ricercatori precari hanno dato addosso a Giulio Palermo, senza pero’ fornire risposte ai punti che lui solleva, respingendo le accuse al mittente e citando i propri casi personali.

Scommetto che siamo tutti d’accordo nel desiderare un’universita’ ed una ricerca equa e meritocratica, e nel voler scardinare il sistema feudale vassalli-valvassori-valvassini.

Vi invito a leggere l’articolo del manifesto e la sua versione politically scorrect su

http://www.eco.unibs.it/~palermo/, e sollecito una vostra opinione. 

PS Se desiderate posso inviarvi una copia dell’articolo apparso su “La Contraddizione”, dato che non sono sicuro che sia reperibile on-line

Matteo

ordine professionale dei fisici, un tentativo

•Agosto 19, 2008 • 12 Commenti

Elisabetta aveva scritto qualche mese fa delle proposte inerenti un ordine professionale dei fisici. Riporto, perchè trovo sia interessante per tutti, il commento di Daniele circa la possibilità di cambiare, se i chimici saranno favorevoli, l’ordine dei chimici nell’ “Ordine dei chimici e dei fisici”, grazie ad un gruppo di lavoro della SIF.

Facendo seguito ad azioni precedentemente intraprese, la Società Italiana di Fisica (SIF) ha costituito un “Gruppo di Lavoro per la Professione Fisico” con rappresentanti dell’Associazione Italiana di Fisica Medica (AIFM), dell’Associazione Geofisica Italiana (AGI), dell’Associazione Italiana di Archeometria (AIAr), della Società Chimica Italiana (SCI), del Consiglio Universitario Nazionale (CUN), del settore Fisica e Industria, nonché della SIF stessa.
Nella prima riunione del Gruppo di Lavoro dell’11 Giugno 2008, a Bologna, sono emersi alcuni punti essenziali:
- la volontà a perseguire la strada di un “ordine professionale” (dotato di “albo professionale” rispetto a quella di una semplice “associazione professionale”: ciò non va interpretato come un rifiuto a priori nei confronti dell’associazione che tuttavia può solo costituire una soluzione di ripiego, poiché di per sé riduttiva nei confronti del peso e del valore della professione del fisico;
- l’attuale inesistenza, come già in passato, di condizioni concrete per la creazione di un nuovo ordine professionale per i soli fisici, malgrado le loro numerosissime e validissime competenze in una logica di interesse collettivo;
- l’esistenza invece di nuovi presupposti per un ingresso paritetico dei fisici in un ordine professionale già consolidato, quale quello dei chimici. Sulla base delle indubbie affinità per tradizione e complementarità tra la figura professionale del fisico e quella del chimico, tale “ordine dei chimici” potrebbe di fatto trasformarsi in un “ordine dei chimici e dei fisici”, anche in vista di una generale riorganizzazione degli ordini che aggreghi in futuro tutte le professioni scientifiche.
Quest’ultimo punto è attualmente al vaglio dell’ordine professionale dei chimici – il Consiglio Nazionale dei Chimici (CNC) – che dovrà esprimersi a breve termine. In caso di parere favorevole, la proposta sarà portata in discussione all’assemblea dei soci della SIF durante il XCIV CONGRESSO NAZIONALE DELLA SOCIETA’ ITALIANA DI FISICA, che si terrà Genova dal 22 al 27 Settembre 2008.
In previsione della stesura di una proposta di ampliamento dell’ordine dei chimici ai fisici, il Gruppo di Lavoro ha prodotto una prima lista facendo riferimento alle specifiche competenze dei fisici, che dovrebbero poi diventare i diversi settori professionali:
- Fisico dell’energia
- Fisico dei beni culturali
- Fisico dell’ambiente e del territorio
- Fisico medico
- Fisico delle tecnologie dell’informazione
- Fisico dei materiali e delle applicazioni industriali
- Fisico della radioprotezione e degli acceleratori di particelle
- Fisico della sicurezza, degli standard e della prevenzione.

identikit di un biofisico

•Agosto 5, 2008 • 4 Commenti

Sebbene ognuno dei partecipanti a questo blog sia un fisico, ci distingue una manciata di esami del corso di laurea, che identificano un particolare indirizzo. Si va dai classici fisici delle particelle nucleari e subnucleari -quelli che in gergo chiamiamo particellari -, dagli altrettanto classici astrofisici e fisici teorici, sino ai fisici che studiano la materia, ai biofisici, ai fisici elettronici, ai fisici sanitari e ai geofisici. Ci sono inoltre coloro che si specializzano nella storia e nella didattica della fisica, incentrando il loro interesse soprattutto nella divulgazione della materia. Siccome abbiamo un’ampia rappresentanza dei vari settori, lascio a chi di dovere il compito di descrivere il proprio campo d’interesse.
Personalmente mi sono interessata, a cominciare dalla parte finale del corso di laurea in fisica, proseguendo con la tesi, il dottorato di ricerca ed il postdoc, prevalentemente alla biofisica. I passi della mia ricerca ed i dettagli potete trovarli qui. In generale, ritengo che un biofisico sia fondamentalmente uno scienziato che ambisce a studiare materiale biologico tramite tecniche ed approcci tipici di colui che ha studiato la fisica. Vale a dire che se un biofisico ad esempio pensa di studiare una proteina, le prime domande che si fa sono: quanto è grande? che struttura ha? che tipo di dinamica assume? in che situazione ambientale -temperatura, pressione, solvente, pH, forza ionica, etc.- funziona? Qual è la sua stabilità in termini chimico-fisici? D’altra parte probabilmente la prima domanda che si farebbe un biologo è: a cosa serve questa proteina? In quali cicli vitali è coinvolta? Se poi convocassimo anche un medico, questi si chiederebbe: questa proteina è coinvolta in un processo patologico?
Il biofisico spesso è colui che cerca di conciliare la diversità degli approcci, provvedendo alla ricerca di soluzioni innovative, basate su tecniche e conoscenze fisiche, a partire dalle domande sorte dal biologo e/o dal medico. Non c’è un metodo biofisico ideale, ma la parola chiave della biofisica è “complementarità”, come suggerisce Joseph Zaccai -probabilmente uno dei più saggi biofisici europei- nel suo recente libro sui metodi della biofisica molecolare.
Resta ora la domanda più curiosa: perchè un fisico decide di diventare un biofisico? Credo che ogni biofisico darebbe una risposta diversa, da “la materia non vivente è fredda, quella biologica più stimolante” a “c’è un bisogno essenziale delle tecniche fisiche per studiare la biologia e per proporre nuove spiegazioni e cure alle malattie odierne”. C’è poi chi arriva a giustificare l’interesse per la biofisica quale “via d’accesso all’immortalità” o, più spartanamente e forse onestamente, quale “disciplina in promettente crescita e dunque ricettiva di finanziamenti”. Di questi tempi, in questi luoghi, lo spirito del biofisico è però più facilmente pervaso da altre motivazioni…tutt’altro che volte a rosee prospettive economiche!

Storie dalle Ssis

•Luglio 17, 2008 • 4 Commenti

Chiara
è un ragazza tenace di Santa Maria Capua Vetere laureata in biotecnologie e con un master in genomica decide nel 2006 di mettere le sue conoscenze a disposizione degli altri, si iscrive alla Ssis Campania nella classe di scienze naturali. Ha appena terminato il primo anno, ma per lei alla fine del biennio non ci sarà nessuna graduatoria per l’ammissione in ruolo perché il bando nazionale esclude i sissini del nono ciclo. Ora si è inscritta alla Anief (Associazione ed educatori in  formazione) e gestisce un forum http://ixciclo.forumgratis.org/. Per creare una mobilitazione intorno al problema.

Antonella
si è laureata in lingue nel ‘94 e pensava che insegnare fosse un passo scontanto, bastava fare qualche supplenza, entrare in graduatoria fino ad una assunzione a tempo indeterminato. Nel 2001 si inscrive alla Ssis convinta che alla fine avrebbe ottenuto un posto alla fine dei due anni. Ma a distanza di anni è quarantesima in lista e la sua posizione lavorativa è “supplenza fino al termine dell’attività”, praticamente occupa una cattedra libera, ma non la assumono perché preferiscono licenziarla a fine scuola così non le pagano l’estate.

Orazio
aveva chiesto il part-time nella sua azienda per poter frequentare la Ssis e potersi poi dedicar e all’insegnamento. Il problema è che la Ssis fa corsi garantendo dei posti che sono previsti a livello regionale, però poi uno può iscriversi alle graduatorie provinciali di una regione a scelta e così si creano esuberi solo in alcune provincie. Lui ha davanti più di 30 persone, tornerà al lavoro full-time.

Queste sono tre storie riportate oggi dal “Il Sole 24 Ore” a pagine 23.

Un saluto a tutti

Decreto 112 e questo vi basti

•Luglio 11, 2008 • 7 Commenti

Come ben sanno i lettori, gli autori di questo blog hanno una “locazione politica” piuttosto varia, e saremmo tutti ben pronti a plaudire a buoni provvedimenti per il mondo dell’università e della ricerca, indistintamente dal colore politico che li contraddistinguono. Siamo stati contenti dell’aumento dei salari per i dottorandi, operato del Ministro Gelmini, ma non abbiamo fatto in tempo ad esultare, che ecco il decreto 112, di cui alcuni punti ci sembrano preoccupanti, se non insensati. Se volete protestare a riguardo, potete sottoscrivere questa petizione . La Prof.ssa Valeria Militello ha fatto una girare una mail semplificativa ed importante a tal riguardo, di cui riportiamo qualche stralcio. Voglio sottolineare che apprezziamo molto che ci sia personale strutturato che si occupi di dare una possibilità di futuro ai giovani che vogliono intrapredere una carriera nell’università.

Il gruppo del PD della commissione Cultura (del quale fa parte
Alessandra Siragusa) insieme al gruppo PD della commissione Bilancio ha
presentato degli emendamenti per richiedere le soppressioni degli articoli del DL 112 che riguardano
l’Università e cioè art 16, comma 13 dell’art 66 e art 69.
C’è da ridiscutere l’emendamento all’art 69 che non riguarda solo noi ma
anche altre categorie come quella dei magistrati. In particolare è stato
presentato un emendamento all’art. 69 che lascia gli scatti biennali ma
toglie l’automatismo ed inserisce verifiche biennali. Adesso sta a noi fare un bel pò di rumore, dichiarando lo stato di
agitazione, perchè il pericolo è che, se non facciamo nulla, la settimana
prossima in aula potrebbero anche chiedere il voto di fiducia e addio
emendamenti e speranze di cambiamenti.

I magistrati promuovendo lo stato di agitazione sono riusciti a far
rivedere la sospensione dei processi. Ora tocca a noi, dobbiamo farci
sentire con immediate forme di protesta. La posta in gioco è alta:
1) blocco del turnover, perchè il 20 % dei pensionamenti significa questo,
con gravi perdite dei giovani e delle loro speranze, ma anche con perdita
delle progressioni di carriera.
2) riduzione drastica dell’FFO nei prossimi 5 anni.
3) ristrutturazione non obbligatoria dell’Ateneo in fondazione. Ma chi non
sceglie questa via, che destino avrà? Immagino che avrà sempre meno fondi,
rimarrà un Ateneo didattico (anche perchè tutti i fondi di ricerca andranno
fondamentalmente (come previsto nel DL) all’IIT).
4) diminuizione progressiva dello stipendio già misero e delle future pensioni.
Nel documento che ho inviato ieri alla commissione parlamentare c’erano le
seguenti motivazioni:
Si chiede la soppressione dell’intero art 16, del comma 13 dell’art 66 e
dell’intero art 69, con le seguenti motivazioni:
art 16:
la trasformazione degli atenei in fondazioni private raffigura un
cambiamento strutturale così radicale che non può essere determinato con un
decreto avente carattere d’urgenza. Un tale cambiamento necessita di un
maggiore approfondimento e di un’ampia discussione e condivisione anche in
considerazione del fatto che al Sud gli Atenei verrebbero fortemente
penalizzati per l’assenza di istituzioni, enti o imprese disposte ad
appoggiare e finanziare un tale cambiamento.
Comma 13 dell’art. 66:
mentre si assicurano (art 17) ulteriori eccellenti finanziamenti per il
centro d’eccellenza IIT di Genova (è scandaloso che il Ministero
dell’Economia continui a iperfinanziare una struttura presieduta dal suo
stesso Direttore generale), alle Universita’ invece si riducono
drasticamente i finanziamenti e si contengono pesantemente il reclutamento
e le promozioni. E infatti agli Atenei si riduce il fondo di finanziamento
ordinario, che subisce un taglio di 500 milioni di euro in tre anni, e si
limita il turn over prevedendo assunzioni nel limite del 20% dei
pensionamenti per il triennio 2009-2011 e del 50% a partire dal
2012. Questo drastico taglio delle risorse dell’FFO mette a rischio le
scelte didattiche e di ricerca legati alla revisione in atto degli
ordinamenti didattici in applicazione del DM 270/2004. Inoltre, insieme
alla limitazione delle assunzioni di personale a tempo indeterminato al 20%
del turn over, questo provvedimento avrà come vittime i giovani ricercatori
che vedranno ridotte le possibilità di ingresso nel sistema universitario
con grave danno alla funzionalità scientifica e didattica degli Atenei.
Emerge chiaramente in questo provvedimento il progressivo e irreversibile
disimpegno dello Stato come finanziatore del sistema universitario nazionale.
art. 69:
risulta inconcepibile che per risparmiare si tocchino gli scatti biennali
dei docenti universitari che hanno già le più basse retribuzioni europee e
mondiali. Inoltre ancora una volta sarebbero i giovani appena entrati che
ne risentirebbero di più non solo per una netta diminuzione dello stipendio
negli anni ma anche delle pensioni future. Il ‘prelievo’ inoltre viene
incamerato dallo Stato (comma 2) con chissà quale utilizzazione.
In generale, il testo degli articoli sotto riportati riguardanti
l’Università nel DL 112 non può essere accettato e va profondamente rivisto
perché sradica l’autonomia del sistema universitario. E’ un vero e
proprio attacco al sistema pubblico statale e ai docenti.
La nostra università deve essere orgogliosamente pubblica e deve godere di
quella autonomia responsabile che non risponda agli interessi dei singoli
o di gruppi eccellenti ma agli
interessi dell’intera comunità: perchè l’Università deve essere statale,
democratica, autonoma, di massa e di qualità.
Come sostiene la CRUI “Il nostro sistema universitario è già largamente
sottofinanziato rispetto agli standard europei. Ci viene chiesto di sommare
l’aumento inevitabile delle spese obbligatorie ai tagli
che vengono ora previsti in crescita per cinque anni. L’università non
reggerà l’impatto.”
Non si concepisce infine come mai il Ministero dell’Economia si sia
appropriato di tali argomenti di competenza del Ministero per
l’Universita’ e la Ricerca dando l’impressione di un vero e proprio
commissariamento dell’Universita’ da parte degli economisti del Ministero
dell’Economia e dei loro interlocutori accademici e imprenditoriali.

Se siete arrivati a leggere sin qui…dateci una mano, oggi occorre protestare per il nostro futuro!

Perché io valgo

•Giugno 17, 2008 • 15 Commenti

Ci sarebbe da parlare di cose serie, tipo la nuova Guida all’Università, la proposta da parte dei ricercatori precari di una nuova modalità di reclutamento o delle recenti affermazioni del neoministro Maria Stella Gelmini. Invece tornando dalla solita giornata lavorativa quello che dispettosamente e ironicamente risuona nella mia mente è il capriccioso ed insulso slogan di una vecchia pubblicità, quel “Perché io valgo” abbinato alla commercializzazione di uno shampoo.

Perché io valgo, oppure no?! Questa domanda se la pongono prima o poi –quasi- tutti, ma ritengo che un ricercatore, soprattutto un -bravo- ricercatore precario, se la ponga davvero parecchio spesso. Magari mi sbaglio, magari sono solo io che mi pongo sempre questa domanda, e allora sarete voi lettori a confutarmi. Io mi chiedo costantemente se davvero valgo qualcosa come potenziale ricercatore, se quello che leggo, studio, sperimento, cerco di descrivere e di riportare al mondo scientifico, abbia davvero una valenza significativa. Insomma mi chiedo se il mondo scientifico possa placidamente fare a meno del mio contributo, tanto che il mio Paese lo riconosce davvero minimo, a quanto intuisco basandomi su come lo retribuisce. Però non mi limito mai a valutare qualcuno in base al proprio reddito, figurarsi se riesco a farlo per il mio merito. Allora provo a volgere lo sguardo su dati oggettivi: tempo impiegato a laurearmi, valutazione di laurea, dottorato, pubblicazioni, comunicazioni a convegni. Potrei dirmi mediamente soddisfatta, mi sono laureata con 110, ho concluso il dottorato di ricerca a 28 anni, ho fatto ricerca su tematiche anche molto diverse. D’altra parte ho un numero basso di pubblicazioni confrontato ai miei colleghi, con la magra soddisfazione di aver contribuito in ampissima parte ad ognuna di queste (quando ascolto chi mi dice –Il prof. mi ha messo il nome anche in questo articolo…nemmeno lo sapevo!- sono colta da inspiegabile sensazione di nausea…). Quindi dal punto di vista oggettivo dei titoli mi risulta ancora difficile dichiarare soddisfatta che io valgo. L’inesorabile passo successivo è procedere all’autovalutazione tramite giudizio altrui. Questo è davvero il passo cruciale, perché per un ricercatore precario la cui esistenza è presidiata da sfighe quotidiane –non ci sono i soldi per i campioni, per andare a quel convegno, per abbonarsi a quella rivista- e cosmiche –tutti i referee sembrano odiarti, i contratti iniziano sempre con 4 mesi di ritardo rispetto alla data “prevista”- la vita all’interno del laboratorio e del gruppo di ricerca è ciò che motiva di più l’entusiasmo/avvilimento nella valutazione delle proprie prospettive. Allora considerando che sono stata recentemente accusata via mail da un dottorando collega di portare avanti i miei meriti solo denigrando gli altri e che i miei superiori non sono soliti gratificarmi (nemmeno denigrarmi per la verità), potrei facilmente concludere che se non valgo proprio un bel niente, allora valgo comunque assai poco. D’altronde anche questa autovalutazione non è semplice, i colleghi possono sbeffeggiarti o elogiarti per motivi non inerenti al reale merito, così come i propri superiori possono gratificarti o meno semplicemente a seconda del carattere e del rapporto che vogliono mantenere con i propri sottoposti.
Pensandoci bene, sarebbero state diverse le possibilità che avrei potuto tentare. A parte la possibilità dell’insegnamento di matematica e fisica, avrei potuto studiare con passione filosofia, lettere, scienze politiche, diventare giornalista o fotoreporter. Avrei potuto continuare negli studi al conservatorio, in quelli della danza e magari specializzarmi nel tango argentino. Direbbe il mio amico Daniele Barettin “troppi talenti, ma troppo pochi”, suggerendomi che si può avere tanti talenti, ma non qualcuno così preminente da evidenziarsi ed ergersi notevolmente sopra gli altri. Valutare positivamente il proprio valore scientifico è secondo me essenziale per darsi il coraggio e l’entusiasmo per andare avanti nella ricerca. Ora non consolatemi girando a mio favore lo spot pubblicitario, ma confortatemi: anche voi vi chiedete così ossessivamente se “voi valete”?