Perché io valgo

Posted on giugno 17, 2008 di

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Ci sarebbe da parlare di cose serie, tipo la nuova Guida all’Università, la proposta da parte dei ricercatori precari di una nuova modalità di reclutamento o delle recenti affermazioni del neoministro Maria Stella Gelmini. Invece tornando dalla solita giornata lavorativa quello che dispettosamente e ironicamente risuona nella mia mente è il capriccioso ed insulso slogan di una vecchia pubblicità, quel “Perché io valgo” abbinato alla commercializzazione di uno shampoo.

Perché io valgo, oppure no?! Questa domanda se la pongono prima o poi –quasi- tutti, ma ritengo che un ricercatore, soprattutto un -bravo- ricercatore precario, se la ponga davvero parecchio spesso. Magari mi sbaglio, magari sono solo io che mi pongo sempre questa domanda, e allora sarete voi lettori a confutarmi. Io mi chiedo costantemente se davvero valgo qualcosa come potenziale ricercatore, se quello che leggo, studio, sperimento, cerco di descrivere e di riportare al mondo scientifico, abbia davvero una valenza significativa. Insomma mi chiedo se il mondo scientifico possa placidamente fare a meno del mio contributo, tanto che il mio Paese lo riconosce davvero minimo, a quanto intuisco basandomi su come lo retribuisce. Però non mi limito mai a valutare qualcuno in base al proprio reddito, figurarsi se riesco a farlo per il mio merito. Allora provo a volgere lo sguardo su dati oggettivi: tempo impiegato a laurearmi, valutazione di laurea, dottorato, pubblicazioni, comunicazioni a convegni. Potrei dirmi mediamente soddisfatta, mi sono laureata con 110, ho concluso il dottorato di ricerca a 28 anni, ho fatto ricerca su tematiche anche molto diverse. D’altra parte ho un numero basso di pubblicazioni confrontato ai miei colleghi, con la magra soddisfazione di aver contribuito in ampissima parte ad ognuna di queste (quando ascolto chi mi dice –Il prof. mi ha messo il nome anche in questo articolo…nemmeno lo sapevo!- sono colta da inspiegabile sensazione di nausea…). Quindi dal punto di vista oggettivo dei titoli mi risulta ancora difficile dichiarare soddisfatta che io valgo. L’inesorabile passo successivo è procedere all’autovalutazione tramite giudizio altrui. Questo è davvero il passo cruciale, perché per un ricercatore precario la cui esistenza è presidiata da sfighe quotidiane –non ci sono i soldi per i campioni, per andare a quel convegno, per abbonarsi a quella rivista- e cosmiche –tutti i referee sembrano odiarti, i contratti iniziano sempre con 4 mesi di ritardo rispetto alla data “prevista”- la vita all’interno del laboratorio e del gruppo di ricerca è ciò che motiva di più l’entusiasmo/avvilimento nella valutazione delle proprie prospettive. Allora considerando che sono stata recentemente accusata via mail da un dottorando collega di portare avanti i miei meriti solo denigrando gli altri e che i miei superiori non sono soliti gratificarmi (nemmeno denigrarmi per la verità), potrei facilmente concludere che se non valgo proprio un bel niente, allora valgo comunque assai poco. D’altronde anche questa autovalutazione non è semplice, i colleghi possono sbeffeggiarti o elogiarti per motivi non inerenti al reale merito, così come i propri superiori possono gratificarti o meno semplicemente a seconda del carattere e del rapporto che vogliono mantenere con i propri sottoposti.
Pensandoci bene, sarebbero state diverse le possibilità che avrei potuto tentare. A parte la possibilità dell’insegnamento di matematica e fisica, avrei potuto studiare con passione filosofia, lettere, scienze politiche, diventare giornalista o fotoreporter. Avrei potuto continuare negli studi al conservatorio, in quelli della danza e magari specializzarmi nel tango argentino. Direbbe il mio amico Daniele Barettin “troppi talenti, ma troppo pochi”, suggerendomi che si può avere tanti talenti, ma non qualcuno così preminente da evidenziarsi ed ergersi notevolmente sopra gli altri. Valutare positivamente il proprio valore scientifico è secondo me essenziale per darsi il coraggio e l’entusiasmo per andare avanti nella ricerca. Ora non consolatemi girando a mio favore lo spot pubblicitario, ma confortatemi: anche voi vi chiedete così ossessivamente se “voi valete”?

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