fisica: femminile singolare?!

Posted on marzo 10, 2010 di

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Ebbene sì, la nostra lingua sceglie il genere femminile per la disciplina della Fisica, ma non si può negare che ancora oggi la scelta dello studio di tale materia da parte di una ragazza, venga comunemente considerata “singolare”. Ne parlai in una bellissima occasione un anno fa (e qui vedete il video e le diapositive) agli studenti di una scuola secondaria superiore, nell’ambito di un progetto volto ad analizzare gli stereotipi di genere in particolare in ambito lavorativo.
Ad un anno di distanza, avendo letto anche abbastanza statistiche e letteratura sulla questione, non posso che confermare che l’inserimento delle donne nelle attività di ricerca scientifiche è tuttora troppo limitato e dai dati numerici mi risulta molto difficile negare che esistano pregiudizi e/o ostacoli per le donne che decidono di intraprendere tale carriera.
E’ interessante soprattutto vedere i dati riportati nella figura qui in basso: le percentuali di uomini e donne europei in una tipica carriera accademica, per le facoltà di Scienze ed Ingegneria. In rosso, i dati inerenti le donne nel 2003, in verde per le donne nel 1999, in blu per gli uomini nel 1999 e in fucsia per gli uomini nel 2003. Tutti i dati sono stati presi per 25 paesi europei e la fonte è il rapporto europeo She figures 2006. Women and Science, statistics and indicators. European Commission, pp. 56.
Il rapporto fra laureati ed iscritti è superiore per le donne rispetto che per gli uomini, quindi una volta effettuata la scelta della facoltà scientifica le donne possono essere considerate più efficienti rispetto agli uomini. Le cose cambiano dopo il conseguimento della laurea. Durante il dottorato di ricerca, primo passo per la carriera accademica o per un impiego di alto livello nella ricerca industriale, inizia l’abbandono femminile e la promozione maschile. Il divario uomo-donna da questo punto in poi non fa che aumentare, a partire dal reclutamento come semplici ricercatori, sino al raggiungimento delle posizioni più qualificate, quale quello del professore universitario ordinario.
Un problema chiave, come sottolineato da Elisabetta, sta nel fatto che il momento decisivo per una carriera accademica, il postdoc (ossia il periodo fra il conseguimento del dottorato e l’attesa di arrivare ad ottenere un posto da ricercatore), in cui occorrerebbe incrementare il più possibile la propria produttività scientifica, cade esattamente fra i 30 e i 35-40 anni: il periodo in cui una donna con un legame stabile penserebbe alla maternità, insomma! Se si considera poi la considerazione sociale e la regolamentazione dei contratti atipici per la maternità…non è facile pensare a maternità e carriera accademica come due facce della stessa medaglia, ma piuttosto come a scelte incompatibili fra loro.
Personalmente, come Elisabetta, ho scelto la strada rischiosa, faticosa e soprattutto coraggiosa-incosciente (a seconda dei punti di vista!) di portare avanti una maternità e di continuare a lavorare con borse a tempo determinato nell’università. Tutto questo non sarebbe stato possibile però senza un enorme aiuto della mia famiglia e senza la disponibilità dei miei superiori. Perchè è vero che la legge non tutela noi mamme, ma è anche vero che se io sospendo la mia borsa di studio per 6 mesi, i miei superiori avranno le deadlines attinenti al progetto su cui lavoravo immutate e non avranno a disposizione alcuna risorsa in più per sostituirmi. Questo significa che la discriminazione nei confronti delle donne non è operata semplicemente dal contesto lavorativo, ma direttamente da scelte, probabilmente poco consapevoli, della politica.
Esiste inoltre una discriminazione, più o meno visibile, da parte dei colleghi maschi? Questo è un punto difficile da trattare senza entrare in casi specifici e senza ricadere in clichè generali (gli uomini fanno più facilmente squadra fra loro, le donne rivaleggiano troppo fra loro e spesso anche con armi non convenzionali…!). Sarebbe interessante per tutti, però, leggere il recentissimo lavoro di N. M. Else-Quest in cui si evidenzia come le differenze nei risultati ottenuti in matematica da ragazzi e ragazze peggiorino nel caso di queste ultime proprio nei Paesi in cui lo status sociale della donna è più basso. Tutto lo studio della Else-Quest conferma che la performance femminile è fortemente influenzata dall’aspettativa, dalla fiducia e dalla presenza di modelli di successo femminili nel campo. Questo dovrebbe farci capire come la possibilità di ottenere risultati venga spesso inficiata dall’incoraggiamento o dalla sfiducia che ripongono in noi i nostri superiori. Posso dire che per la mia esperienza ho notato che questo è molto vero, e si verifica molto meno spesso negli uomini, che tendono a curarsi molto di meno dei temporanei giudizi negativi dei superiori e a mantenere salda la stima in sè. Questo studio conferma inoltre la mia ipotesi che considera negativo il fatto di mostrare alle giovani, come esempi di personalità femminili dedite alla scienza, donne che hanno sempre vissuto le proprio scoperte all’ombra di un uomo (marito, fratello, padre…) perchè non potevano occuparsi ufficialmente di scienza. Non va bene mostrare alle giovani che le donne che vogliono fare scienza devono sentirsi votate al martirio, quando occuparsi di scienza rientra pienamente nei loro diritti!
Infine, si dice che le donne che vogliono fare scienza debbano avere una salute di ferro, nervi d’acciaio e un marito d’oro…aggiungiamo una testa brillante e dura come un diamante, e forse ce la faremo!

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