Il maggio dell’università italiana

Posted on maggio 18, 2010 di

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Domani la protesta universitaria che è cresciuta in questi giorni si sposta davanti al Senato della Repubblica, dove stanno discutendo la riforma Mary Star, fatta di tagli, ma soprattutto di una solerte, ma altrettanto rapida, demolizione del sistema universitario italiano. E’ interessante vedere come in questi anni il finanziamento alle università pubbliche e private abbia seguito corsi assai diversi (vedi qui) ed altrettanto interessante sarebbe capire le motivazioni che conducono questo governo a depauperare il mondo della ricerca e della formazione, mentre dovremmo andare verso il compimento del patto di Lisbona (secondo cui per la ricerca dovrebbe andare il 3% del PIL, mentre al momento l’Italia sta scendendo sotto l’1%). La protesta dei ricercatori si trova sintetizzata in questo documento, ma brevemente vorrei chiarirvi quali sono i punti salienti che hanno fatto insorgere la protesta.
1. Sparisce la figura del ricercatore a tempo indeterminato per dar luogo alla figura del ricercatore a tempo determinato per un massimo di 3+3 anni. Dopo i 6 anni, il ricercatore a tempo determinato o viene assuto, nel ruolo di professore associato, o viene sbattuto fuori. Date le risorse, il 90% dei ricercatori a tempo determinato verrà sbattuto fuori a 40 anni, con possibilità 0 di rivendersi in un altro campo. Per la serie: a 40 anni aprirò un ristorante con cucina ad alto contenuto tecnologico.
2. Le risorse che si renderanno accessibili per il pensionamento di una flotta di ordinari 70enni presenti nelle nostre università (che nella maggior parte dei casi hanno chiesto e ottenuto la proroga fino ai 72 anni) verranno restituite alle università solo al 20% per assumere forze giovani. Per la serie: i giovani sono un problema e non una risorsa (citazione da Cetto La Qualunque), quindi teniamoli fuori.
3. La figura del ricercatore a tempo indeterminato deve scomparire, quindi coloro che ricoprono attualmente questo ruolo sono costretti in un “limbo” dove avranno gli stessi incarichi didattici dei professori associati e diverso stipendio. Nel concorrere al ruolo da professore associato subiranno la concorrenza dei ricercatori a tempo determinato a cui è riservata una quota (10%) dei posti accessibili. Per la serie: visto che è una figura a scomparire, facciamoli fuori subito.

La conseguenza di tutto questo è che nelle università italiane ci saranno sempre molto meno risorse economiche senza che questa drastica risoluzione sia accompagnata da una qualsivoglia direttiva che favorisca il merito e/o diminuisca gli sprechi. Si creeranno plotoni di 40enni che hanno lavorato per anni nell’università e che a quell’età non avranno alcuno sbocco nel mondo del lavoro. In più, su quei 40enni il Paese aveva investito, e quindi sono “un investimento andato in perdita”. In pratica, faranno ricerca solo coloro che possono permetterselo come hobby poichè hanno già di che campare. Ora, quel che è peggio è quel che viene dopo. Un’università di questo tipo sicuramente sarà qualitativamente peggiore di quella che abbiamo avuto sinora, quindi mentre i nostri nonni hanno costruito un Paese in cui i loro nipoti potevano avere accesso ad una buona, se non ottima, istruzione (qualche partigiano sintetizza così ai nipoti la Resistenza “Tu puoi mangiare, giocare e studiare”), noi siamo già riusciti a dare ai nostri figli un sistema universitario assai peggiore di quello di cui abbiamo usufruito. Questa cosa è molto triste, ancora più triste del fatto che noi precari della ricerca non abbiamo alcun riconoscimento nè stima dal punto di vista sociale. Noi siamo quelli che facciamo ricerca, lezioni, ci prestiamo a fare quanto ci chiedono, aldilà di quanto ci costi, pur di continuare a fare il nostro lavoro. Credo che la maggior parte dei dottorandi, degli assegnisti, dei borsisti e di tutti i contrattisti precari si adoperi per fare al meglio il proprio lavoro, in vista di una futura stabilizzazione. Eppure i frutti del nostro lavoro sono poco visibili e la società ci guarda come sfigati e stralunati, nella quasi totalità dei casi. Credo che valga la pena far sentire la nostra voce, per quanto flebile e già piuttosto esasperata.
Anche se il nostro maggio
ha fatto a meno del vostro coraggio […]
anche se voi vi credete assolti
siete lo stesso coinvolti. (F. De Andrè)

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