La fisica che nasce dai fisici

Posted on ottobre 27, 2010 di

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Quando un paio di fisici s’incontrano per argomentare dei problemi scientifici che stanno analizzando, la facilità con cui i loro discorsi si estendono ai loro gruppi di lavoro, alla situazione della ricerca del proprio Paese, sino ai propri hobby e alla vita personale, è per me sempre molto sorprendente. Lo stupore mi prende non semplicemente nell’osservare questo tipo di atteggiamenti, ma nel ritrovarmi a viverli: si affronta una questione scientifica, si cercano soluzioni, ci si confronta in maniera più o meno vivace, e poi dopo qualche ora ci si stupisce di essere arrivati a parlare di noi, anche ad un livello piuttosto intimo. Probabilmente questa facilità d’intendersi deriva proprio dall’attenzione verso problematiche scientifiche simili. Se la fisica è per la propria etimologia lo studio della natura, il fisico non può che sentirsi intimamente correlato ai problemi che sta indagando, così un fenomeno quantistico di difficile interpretazione o un espediente sperimentale che non riusciamo a realizzare, ci ronzano nella mente esattamente come la battuta acida del nostro partner o come un atteggiamento equivoco di qualcuno che ci sta a cuore. Forse proprio per la conoscenza di questa attitudine, i bravi maestri della fisica sanno che per illustrare efficacemente un argomento scientifico è molto utile correlarlo ai personaggi che l’hanno affrontato e risolto.
Se per insegnare la fisica con successo ai bambini delle scuole primarie, ai ragazzi delle secondarie, ai giovani delle università o ad un eterogeneo pubblico incuriosito dalla divulgazione scientifica, occorre usare diverse strategie didattiche relazionandosi alle età e alla base culturale, un ottimo stratagemma adatto a qualsiasi audience è quello di introdurre una scoperta scientifica partendo dalla persona, o molto più spesso dalle persone, che l’hanno realizzata. Questo aiuta non solo ad accendere anche nelle persone più allergiche alla fisica (quelle che “non è che non mi piace Prof., è che proprio non la capisco….”) delle curiosità, ma anche ad illustrare indirettamente il metodo scientifico e la prassi con la quale un pensiero di primo acchito fantastico, diventa teoria, numero, esperimento, insomma, chiave della realtà.
Tutti noi infatti ricordiamo in cosa consiste la penicillina per il buffo annedoto legato ad Alexander Fleming, ma se non sappiamo come James Dewey Watson, Francis Crick e Maurice Wilkins determinarono la struttura a doppia elica del DNA, questo è probabilmente dovuto al fatto che nessuno ci ha raccontato la storia di questi scaltrissimi scienziati del ventesimo secolo e di come collaborarono con Rosalind Franklin. Se volessimo metterci a parlare di astrofisica, quali personaggi vi verrebbero in mente, oltre al classico Galileo e alla dirompente Margherita Hack? Di certo non è facile immaginare Tycho Brahe che nel 1572, tempi assai lontani sia dal fenomeno della fuga dei cervelli che dall’utilizzo di facilities internazionali per la ricerca sperimentale, affermava placidamente “un astronomo deve essere un cosmopolita, giacchè pochi uomini di Stato incoraggiano gli studi, e quindi l’astronomo deve recarsi là dove la sua scienza trova il miglior benvenuto” (tratto da “L’intellettuale scientifico, L. S. Feuer, Zanichelli, 1969). Ma sbagliamo ad immaginarci Tycho come uno scienziato frustrato nella ricerca di chi finanziasse la sua ricerca, perchè il suo cosmopolitismo era eccitante e motivato, tanto che nella sua biografia si scrive che quando la sera dell’11 novembre del 1572 scoprì una stella particolarmente brillante nella costellazione di Cassiopea, fermò ogni passante per le strade del villaggio di Herrevad indicando la stella appena scoperta e chiedendo un parere a riguardo della luminosità, era insomma entusiasta “come un amante farebbe con la sua amata”. Insomma, pare che lo studio delle fredde galassie possa appartenere a spiriti molto caldi.
Un’immagine divertente legata ai personaggi della scienza è sicuramente quella di Isaac Newton a cui cade una mela in testa e si chiede “Come mai questa mela mi cade sulla testa e invece la luna non cade affatto sulla terra?”, il che banalizza in maniera molto efficace quel che sarebbe poi seguito da una domanda posta nel modo giusto, ovvero l’elemento di continuità fra fenomeni terrestri e fenomeni celesti.
Venendo ai giorni più recenti, per intuire il successo e la forza della scuola di fisica romana del secolo scorso, è utilissima la lettura di “Fisica vissuta” di Carlo Bernardini, Codice Edizioni. Nella fisica vissuta, si ritrovano i versetti velenosi di Persico per i suoi amici quantistici “Credon poi, con fè profonda/ cui s’inchina la ragion,/ che la luce è corpo e onda/ onda e corpo è l’elettron.”, i soprannomi e gli scherzi che erano alla base della quotidiana vita sperimentale e teorica, e l’impressione del lettore è che le grandi scoperte che ci sono state non potessero che nascere dall’ambiente di scambio culturale “totale” che quei giovani stavano vivendo. Forse dunque, il segreto di riuscire a riaccendere la curiosità scientifica, nei giovani come nei meno giovani, sta nel riprendere confidenza con una fisica vissuta e vedere che solo in questa intima assonanza dell’uomo con lo scienziato (esattamente come in quella dell’uomo con l’artista) può nascere qualcosa di grande.

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