C’era una volta in America

Posted on febbraio 29, 2012 di

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Questa storia comincia fra 15 giorni. Quando un articolo verrà sottoposto ad un’importante rivista. Un mio articolo.
Un articolo a cui tengo molto.
E’ per me la storia di una rivincita, di un altro viaggio (di molti viaggi), di una delusione (di due delusioni, almeno).

Oppure comincia nel Luglio del 2008, quando incontrando per la prima volta il mio attuale capo del gruppo di Tor Vergata ad una conferenza a Venezia, nello stesso giorno sento per la prima volta il termine “Sperdue” e metto le basi per un piccolo futuro.
Tra parentesi, sto scoprendo in questi giorni che questo piccolo futuro è fatto di tanti piccolissimi presenti. Direte voi, ci dovevi arrivare a (quasi) 42 anni per capirlo? Non hai letto Quevedo?

“Ieri sparì, Domani non è giunto,
l’Oggi se ne va via senza fermarsi;
sono un Fu, un Sarà, un È già smunto.”

L’avevo letto, ma non è che l’avevo capito proprio tutto.

Oppure comincia sempre nel 2008, ma a Novembre, quando parto per l’Indiana, University of Perdue, per un periodo di exchanging program durante il mio dottorato Danese.
Oppure –  questo è un incipit alla Lucarelli, giusto per dare un po’ di suspense ;-)- comincia nell’Aprile 2009, quando tornato devastato nello spirito dalle lande “sperdute” dell’Indiana (ora il gioco di parole è quasi banale nella suo significato) vado ad un altra conferenza a Lecce, con i colleghi Danesi e incontro di nuovo il gruppo di Tor Vergata.

Ora che col multi-incipit vi ho confuso abbastanza le idee, facciamo un po’ di croni-storia.

Durante il mio dottorato in Danimarca mi occupo principalmente di modelli di nanostrutture, utilizzando metodi così detti “continui”, ovvero, per i non addetti, che considerano la nanostruttura come un continuo geometrico, trascurando l’aspetto atomistico. Nasce nel 2008 l’esigenza di considerarli questi aspetti atomistici, non fosse per altro per testare i limiti dei metodi continui. Allora il mio supervisore, il buon Morten, mi propone 6 mesi in Indiana, presso un famoso gruppo dell’università di Perdue, per studiare, e in collaborazione con loro, portare avanti una ricerca sul (famigerato) Tight Binding atomistico, in cui loro sono – sic dicunt- esperti planetari. Ovvero, pubblicare per la prima volta un confronto fra i metodi. (Questa segnatevela che torna).
Nel Luglio del 2008 vado ad una conferenza a Venezia, conosco incidentalmente il mio attuale capo di Tor Vergata, gli parlo dei miei progetti, e che sto per partire per Perdue (“Ah, vai a Sperdue!!”.. “Perché, è così male?”… “Peggio”). Restiamo con la promessa di risentirci. A Novembre coi miei bravi vestiti pesanti da Italiano in gita parto..

Ora, visti i precedenti col mio post Danese, non è che voglio che si pensi che io sono un razzistone che non sopporta nessuno fuori dall’Italia, che penso che quelli sono AmeriKani e così via. L’America alla Fisica ha dato e continua a dare sia per ricerca che per ricercatori il meglio mondiale (Sì, metto le mani avanti, in rete è pieno di conigli mannari).
I finanziamenti e la professionalità sono senza pari. Ma c’è sempre un ma.

Io parto entusiasta, sono in un bel periodo della mia vita, e penso che farò una grande esperienza, che imparerò, e che con gli Americani farò un bellissimo articolo che darà lustro al mio curriculum.
Tornerò a fine Marzo 2009, 5 mesi dopo (5, non 6…), abbastanza devastato nello spirito, avendo trascorso alcuni, specie gli ultimi 3, mesi più brutti della mia esistenza terrena (che è abbastanza, visto che al momento non me ne sovvengono altre).

Gli Americani vorrebbero da noi “Danesi” un modello semiclassico per le deformazioni delle strutture. Nessun problema penso, do ut des, io vi do il modello, e collaboriamo. Solo che il nostro modello è implementato in un codice commerciale, non open source. Per inserirlo nel loro fanta-super-mega programma ci vorrebbe uno di loro che ci si dedicasse anima e corpo a lungo. Ma decidono che non ne vale la pena. Ai primi di Dicembre – ma io ancora non lo so, non l’ho ancora capito – la collaborazione è finita.

Passerò i restanti mesi in un limbo di mobbing scientifico, in cui ogni mia richiesta verrà elusa, ogni meeting verrà “buttato in caciara”, per dirla alla romana, per non farmi concretizzare nulla e non arrivare mai al punto, mesi in cui io non potrò fare nulla, se non lavorare con internet con il mio gruppo in Danimarca.

Tutto questo en passant non a Manhattan, ma in un luogo assurdo in mezzo alla tundra, vivendo in un monolocale claustrofobico, dove la temperatura raggiunge i -25, non c’è una città se non due vie in croce, e una sera mi sorprende una tormenta di neve mentre torno a casa a piedi e rischio di restarci secco. E “logicamente” nel frattempo la mia vita privata decide di adeguarsi completamente – con metodi anche piuttosto analoghi – a quella professionale.
Si fa presto a dire America.

Arrivo non so come a Marzo – parafrasando il mitico Noodles “Sono andato a letto tardi”.. a ognuno il suo – quando decido comunque di tornarmene a casa. Senza aver concluso nulla. L’unica cosa che mi resterà di questi 5 mesi è un’amicizia franca, inaspettata e salda con un fantastico pazzo di Siculo-francese conosciuto in loco (Bella, cumpa’ 😉 ).

Ma io non so perdere. O meglio, io so perdere quando le regole sono rispettate, quando si gioca onestamente, si dice la verità e ci si guarda negli occhi. Questo in ogni campo.

Ad Aprile a Lecce incontro di nuovo il gruppo Tor Vergata. Scopro che anche loro fanno Tight Binding atomistico.. Ma come.. anche loro? “Ma a Roma famo Tight Binding”? Ma gli Americani hanno il mega-fanta-computer col calcolo parallelo, che fa “milioni di milioni” di atomi al minuto.. A Tor Vergata c’è un rete di 15 pc con mini-server, tutto fatto in casa, anche il programma bello fatto in casa (‘gniorante, si direbbe a Roma…). Eppure funziona. Certo, va testato, ma funziona. E’ fatto con serietà e professionalità. Vabbè, senza il mega-computer. Ma funziona. Allora quel giorno in quel di Lecce comincia un’altra collaborazione, più ruspante forse, ma una collaborazione vera. E proprio da questa nascerà per me, finita l’esperienza Danese, un contratto postdoc.

Sottofinale. E gli Americani? E l’articolo?

Gli Americani viene fuori poi col tempo da vari gossip nell’ambiente che il mega-programma che girava sul mega-fanta-computer.. insomma..sì.. non è che era proprio così affidabile.. certo, ti da i risultati in un attimo, ma c’è il piccolissimo, trascurabile inconveniente che sono sbagliati.. e infatti loro l’articolo risolutivo in 3 anni non sono ancora riusciti a farlo (e so che c’hanno provato, eccome se c’hanno provato..).

Io c’ho sbattuto la testa – e con me quelli che compariranno come autori, qui non si regala niente – gli ultimi 2 anni. Non so ovviamente se verrà accettato, se verrà pubblicato. Ma ora è pronto. Il confronto fra i metodi ora esiste. E’ bello. E’ vero. E’ quello che si doveva fare e che non era ancora stato fatto. E’ la mia creatura. La mia piccola, pacifica vendetta dopo 3 anni.
E ditemi se non è fredda questa..
Così, la grande pubblicazione da fare in America l’abbiamo fatta a Roma, a due passi da casa mia. Buffo, no? E io, il cervello in fuga – mi dicevano tutti così quando sono partito per il dottorato – sono riuscito a tornare a lavorare e a vivere a Roma passando tortuosamente per un posto che è la cosa che più si avvicina al nulla geografico.

Ripeto a scanso di equivoci, gli Stati Uniti sono un pilastro della ricerca. Ma noi Italiani, noi ricercatori Italiani se solo credessimo di più in quel che facciamo e soprattutto in quello che potremmo fare..

Chiudo sul argomento con una frase di Ellis che ho sempre amato molto, perché spiega con parole migliori delle mie il senso di questo post, e di come io vedo le cose, e forse, concedetemelo a quest’ora della sera, un po’ della mia vita:

“Le cose cambiano, vanno a pezzi, svaniscono. Un altro anno, qualche altro spostamento, un tipo duro al quale non gliene frega un cazzo, una noia talmente abissale che mi paralizza, progetti così vaghi fatti da chissà chi. E mi rendo conto che da ognuno di noi si esige la perdita di ogni senso della realtà per delle aspettative così irragionevoli che si diviene fatalisti anche se, in realtà, ce la si potrebbe fare.”
— Bret Easton Ellis, Scoprendo il Giappone

Ecco, io mi sono stancato di essere fatalista, perché penso ancora che ce la si potrebbe fare.

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