25 Aprile: la resistenza, le resistenze e la liberazione

Posted on aprile 25, 2012 di

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Nel giorno della commemorazione della liberazione dell’Italia dal regime nazi-fascista, è difficile esimermi da una riflessione comparativa fra quella Resistenza ed altre resistenze che auspicherei oggi, per il bene del nostro Paese. Rileggendo la storia della ricerca italiana nel novecento, ed in particolare quella della fisica e le sue importanti connessioni con gli eventi storici probabilmente più caratterizzanti del secolo scorso, emergono facilmente interessanti paralleli con l’attualità.
Il regime fascista auspicava, nelle parole di Giovanni Gentile del 1923 (allora Ministro dell’Educazione), che “la responsabilità della ricerca scientifica fosse tutta dell’uomo, che avrà fatto il proprio dovere se si sarà reso utile alla patria”. Dunque, la scienza sarebbe dovuta essere principalmente votata alla risoluzione dei bisogni politici ed economici della patria. Questo si evince chiaramente da una lettera scritta da Benito Mussolini a Guglielmo Marconi, allora al vertice del CNR, del 1935 “È assolutamente necessario che il CNR polarizzi e concentri i suoi sforzi, sui seguenti problemi, allo scopo di trovare per essi, una soluzione nazionale e industriale al tempo stesso (cioè non di semplice laboratorio). A) problema del carburante nazionale. B) problema del tessuto nazionale. C) problema della cellulosa nazionale. D) problema della utilizzazione dei combustibili solidi nazionali. E’ tempo di dare al Governo le basi per agire su vasta scala”. In secondo luogo, i filosofi idealisti italiani tentarono di affermare il primato della filosofia sulla scienza, pur trovando ostacoli nell’elaborare un contrasto alle nuove teorie dei quanti e della relatività.
In quei tempi di regime, quando la forza gravitazionale doveva essere accostata al nome di Isacco Nuovacittà, e non assolutamente a quello straniero di Isaac Newton, stava tuttavia nascendo una fisica nuova, fresca, sicuramente importantissima. La scena che potrebbe evocarla è quella della mancata intervista radiofonica a Guglielmo Marconi, che un istante prima di aprire bocca avverte la linea gracchiare per il rumore tipico di un’interferenza. Quel che ha tutta l’aria di essere un guasto tecnico, diventa una scena di disperazione e di totale incredulità degli ascoltatori, quando dalle enormi casse di radica una giovane voce femminile annuncia: “Sua Eccellenza, il Cavalier Guglielmo Marconi è morto, e con lui è morta anche la fisica”. Questo scherzo, elegantemente riportato nel bel film “I ragazzi di Via Panisperna” di Gianni Amelio, ha un valore simbolico: giovani scienziati irriverenti si ribellano all’autorità, come fossero lo specchio di una rivoluzione che nel corso di quegli anni mina certezze considerate inossidabili, aprendo imprevedibili orizzonti di indagine alla nuova fisica italiana. L’entusiasmo, l’intelligenza e la fortunata coincidenza dell’avere un certo numero di menti particolarmente brillanti nella medesima scuola, non basteranno però a mantenere quei primati che si erano velocemente raggiunti. Le leggi razziali e la partecipazione al grande conflitto mondiale portarono alla dissoluzione dei due gruppi di assoluta eccellenza in fisica: quello di Enrico Fermi a Roma, che aveva acquisito una posizione di primo piano nello studio del nucleo atomico, e quello di Bruno Rossi che, tra Firenze e Padova, aveva acquisito una posizione di primo piano nello studio dei raggi cosmici. Quando il regime fascista crollò quasi tutti i membri di entrambi i gruppi avevano trovato più fortunate posizioni all’estero. Lasciando da parte queste eccellenze, comunque, il mondo della ricerca italiana non uscì molto positivamente dal periodo fascista. Secondo la ricostruzione di Roberto Maiocchi, “il fascismo non seppe sfruttare la disponibilità all’impegno, indubbiamente presente in gruppi di scienziati e tecnici, per l’incapacità di pianificare e coordinare un’attività di ampio respiro, per i suoi modi affrettati, rozzi e dilettanteschi (…) senza che ciò fosse dovuto a resistenze o boicottaggio da parte dei ricercatori i quali, anzi, si lamentarono poi di non essere stati ascoltati”.
Come vi annunciavo, talune somiglianze con l’attualità non sono difficili da rintracciare, e mi risparmio il troppo semplice compito. Quel che mi piace sottolineare, invece, è la contemporanea incapacità di attuare una resistenza efficace ai tanti piccoli e grandi fascismi, che stanno depauperando il nostro patrimonio culturale così ferocemente da farmi ritenere questa regressione probabilmente irreversibile. La mancanza di un dialogo effettivo ed efficace fra il mondo politico, industriale e scientifico, così come la palese rinuncia al perseguire obiettivi comuni e complementari, mi costringono a focalizzare l’attenzione sulle eccellenze attuali, sempre più costrette a trovare collocazione altrove, e sempre meno desiderose di provare a farsi ascoltare.
Mentre stamane ascoltavo il racconto della Resistenza e delle Resistenze che gli italiani di allora fecero, ognuno a proprio modo, chi nascondendo in soffitta un partigiano, chi portando in cantina i volumi delle biblioteche per ripararli dai bombardamenti, ho pensato alle piccole Resistenze che alcuni di noi fanno, e che molti altri con noi potrebbero fare oggi, per costruire un Paese migliore, e che ci assomigli di più. Non ci sarà mai un giorno per le nostre piccole Resistenze, ma oggi è il tempo di sorridere a chi con la propria Resistenza, ci ha restituito una Liberazione, e forse anche un po’ per loro, è il caso di resistere.

*** Una fonte interessante sugli scienziati ed il regime fascista

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