L’orologio fermo è puntuale due volte al giorno

Posted on maggio 17, 2012 di

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Se stai cercando qualcosa che sfugge, o quantomeno ti sembra che si stia muovendo, puoi scegliere di inseguirla, sforzandoti di intuire dove andrà. Oppure, se preferisci la pigrizia, puoi restare fermo ad aspettare che quel qualcosa arrivi da te.

Hire me

Hire me, I am a Ph.D. (Poor, Hungry & Determined)

I corsi di studio e formazione scientifica post-universitaria, nel nostro paese, non si sono dati troppo da fare per competere, quanto a programmi ed obiettivi, con i corsi di Ph.D. (altrimenti noti come philosophiae doctor) che sono offerti in molti paesi all’estero, in Europa come in Nord America ed in Australia. Ma adesso il corso di dottorato di ricerca italiano “rischia” di somigliare più di prima ai Ph.D., senza nemmeno averlo voluto.

Vediamo perché.  Da diversi anni, con lo spirito critico che li contraddistingue, alcuni paesi, ed in particolare UK, Germania ed USA, si sono chiesti cosa fosse opportuno fare per non rendere vana la strada percorsa dai loro aspiranti dottori in filosofia. Nati come percorsi di alta formazione per una carriera di ricerca scientifica, e per guidarli nei primi passi verso l’indipendenza di pensiero, i detentori dei titoli di Ph.D. si trovano oggi in un collo di bottiglia perché, secondo schemi che non ci deve essere difficile comprendere anche a noi Italiani, di Ph.D. ne sono stati prodotti troppi, e non è pensabile collocarli tutti in posizioni accademiche e loro derivate. Chi riesce ancora a diventare ricercatore patisce un percorso formativo sempre più lungo, sottopagato e logorante per se e per la sua famiglia. La maggior parte di loro resta disillusa lungo il percorso, per poi orientarsi ad un altro lavoro, nel quale tuttavia – e questo è un dato interessante – si dichiareranno molto soddisfatti. Ma questa non è certo farina del mio sacco: chi è interessato può rifarsi a questo articolo su Nature del 2011. Oltr’Alpe, ed oltreoceano, si sono allora chiesti se non valesse la pena ridisegnare il percorso di studi di dottorato, trasformandolo in un’esperienza che avrebbe potuto rendere i neodottori più idonei ad un ventaglio di opportunità professionali: accademiche, governative, manageriali, no-profit. La somiglianza con l’Italia non si vede ancora? Potrei avere spinto la metafora d’apertura un po’ troppo lontano, ma non troppo, se si considera che i nuovi corsi di Ph.D. richiedono meno ore spese nella ricerca, sono – di conseguenza – meno stringenti sul numero di pubblicazioni scientifiche necessario per poter ‘dottorarsi’, ed hanno più ore di lezione obbligatorie, come raccontavano bene gli editors di Nature lo scorso Aprile. Ci sono arrivati molto vicino. Infatti, ci hanno quasi copiati. Se non fosse però che i nuovi corsi di Ph.D. ricevono una speciale attenzione dalle aziende, e cercano di alleggerire la dipendenza dei dottorandi dai loro tutori. Ah, poveri i nostri Baroni!

Scherzi a parte, il dottorato Italiano ha forse un’opportunità per rilanciarsi, facendo autocritica e magari, senza scopiazzare, riflettere sulle scelte fatte in paesi ai quali cerchiamo di ispirarci in tanti altri aspetti della nostra vita. L’opportunità è ora perché, pur restando fermo sulle sue posizioni, il dottorato italiano è stato baciato dalla crisi del mercato del lavoro nella ricerca scientifica, una crisi che gli ha portato le altre scuole dottorali molto più vicine al suo orticello. Possiamo allora imboccare un’altra strada anche noi, oppure possiamo restare fermi nel nostro tempo, piangendoci addosso i nostri dottori disoccupati del futuro. Ed allora sarà una lunga notte prima che il nostro orologio fermo segnerà, domani, di nuovo l’ora degli altri, e ridarci l’illusione di essere al passo.

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