L’arte del Talk

Posted on maggio 24, 2012 di

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In un altro tempo, e soprattutto ormai credo in un’altra vita, ho avuto l’occasione di fare teatro amatoriale, e per un breve periodo anche di collaborare come aiuto regista in una compagnia di quasi-professionisti. Sarà per questo che ho sempre colto delle suggestive affinità fra il monologo teatrale ed il talk, il seminario, la presentazione, chiamatela come volete.
Le somiglianze formali ci sono tutte: un testo, una storia da raccontare, un attore sul proscenio, un pubblico in ascolto. Ma l’assonanza credo vada anche oltre, nell’intrepretazione, più o meno consapevole, che l’attore fa del testo. Come a teatro, ci sono mattatori, e attori cani. Ed in genere i primi sanno di esserlo, ed i secondi lo ignorano.
In questi miei pochi anni di ricerca mi sono divertito ad osservarli, a rubarne i segreti, un po’ come appunto fanno gli attori sulla scena, e coglierne i limiti. Ho imparato molto da molti maestri. E ritengo che saper presentare bene, saper catturare l’attenzione dei presenti, saper far passare il messaggio sia una qualità fondamentale per un ricercatore. Certo, se l’argomento è valido, comunque avrà la sua eco, sarà apprezzato. Ma avrà se presentato male avrà più resistenza, si scontrerà con un pubblico meno convinto, più freddo. Non è soltanto vendere un prodotto, ma anche nella scienza l’arte della parola riveste un ruolo decisivo.

Ho visto anche grandissimi ricercatori, di fama mondiale, autori di articoli chiave nel loro campo, presentare in modo talmente noioso che avrebbero stroncato anche un cocainomane sotto botta, inducendolo ad un irresistibile sonno ipnotico. E d’altra parte, a volte lavori minori, presentati con grandissima cura e la capacità dello speaker di attrarre l’attenzione dell’auditorio.

Certo, alcuni talenti sono innati, ma molte cose si possono imparare, la recitazione, e la retorica in genere si appoggiano anche su piccoli trucchi, che forse non trasformeranno il ricercatore in un nuovo Cicerone, ma almeno potranno sorreggerlo durante la sua “oration picciola”.

Io non mi considero un esperto, ho ancora molte cose da imparare, ma mi divertiva descrivere come la vedo io a riguardo. E sono curioso di leggere i contributi di tutti quelli che passano per questo blog, anche quelli avversi alle mie idee.

Io credo che a teatro, così come in un talk, più una cosa sembra naturale, spontanea, e più è frutto invece di un lavoro precedente fatto sul testo. La naturalezza sulla scena è figlia di un artefatto. Quando io preparo un talk non improvviso nulla, so esattamente cosa dirò, quando lo dirò e con che tono lo dirò. Esattamente come un copione, con i suoi tempi, le sue intenzioni (quelle che comunemente vengono dette toni, sono a teatro le intenzioni di una battuta, ovvero la ragione per cui viene detta), le sue pause, e nei limiti di un talk, i suoi piccoli movimenti scenici. Anche una battuta spiritosa in genere è stata preparata a tavolino. Certo, come a teatro, si può improvvisare, ma lì ci vuole sempre un po’ di “genio”.

Nella carriera di un ricercatore, la maggior parte dei suoi talk sarà presentata in Inglese, e questo per noi italici a volte diventa un muro insormontabile, anche quando si parla la lingua Inglese. Mi spiego meglio. In una conferenza internazionale due nazionalità di speaker in genere si riconoscono subito. I Giapponesi, che spesso – ma non sempre – si esprimono con una cantilena di suoni iper-gutturali spesso incomprensibile, e gli Italiani, col loro classico Inglese alla ” Ai vant to go der”. Ed è una cosa che si nota, e molto. Ora, l’inflessione nazionale quella resta sempre, e certo non penso che uno per presentare un talk  di nanostrutture o biofisica molecolare si debba esprimere come un attore shakespeariano in calzamaglia e teschio di Yorik annesso.. sarebbe pure un po’ ridicolo…  ma sapere almeno come si pronuncia correttamente una parola, e dove va l’accento, sarebbe un buon inizio..

Un altra cosa che non amo sono i talk con le slides “iper-scritte”, quelle con una marmellata di testo sparsa su tutta la slide suddetta, frasi scritte come in un articolo, soggetto-verbo-complemento. Ma un talk non è un articolo, e spesso l’incauto speaker commette anche l’errore di ripetere parola per parola a voce tutta la marmellata. A questo punto chi ascolta tenterà di leggere quello che è scritto sulla slide, spesso anche da lontanto e quindi difficilmente, e si troverà lo speaker a ripetere lo stesso testo, spesso con una mancanza di sincrono totalmente estraniante e distraente, col risultato finale che non sarà riuscito né a leggere né ad ascoltare con attenzione.
Io sono per le frasi brevi, significative, quasi slogan. Queste attirano l’attenzione, e quello che non c’è scritto a parole sulla slide lo si spiegherà a voce, perché ora si è attirata l’attenzione di chi ascolta, che non sarà distratto da altro.

Allo stesso modo poche figure per slide, meglio spesso una se possibile. Ogni slide è un singolo messaggio, uno step che si esprime, che certo si sviluppa dopo quelli precedenti e prepara ai successivi, ma deve essere quasi auto-consistente. A me piace anche molto la tecnica delle multi-slide, in cui si scopre passo passo il contenuto della slide, un po’ come una scala reale in una mano di poker.

Nonostante io sia un teorico, sono per presentare poche equazioni, poca matematica. Una slide con una caterva di equazioni può interessare solo l’esperto del settore, gli saranno persi, e forse per il resto del talk, come quando si cambia canale se in Tv c’è un film noioso. Se c’è da presentare un modello teorico, allora una slide, in modo pulito, senza arzigogoli, e poi di corsa ai risultati.

Se vi volete fare due risate, e vedere anche come predico bene e razzolo male, mi potete vedere qui all’opera 😉

E ora sotto con le critiche…

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