Premiati Istituti di Ricerche Banda Bassotti

Posted on settembre 20, 2012 di

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Quando ero ragazzino mi capitava di accompagnare mio padre a far visita ai clienti delle aziende che rappresentava. Tipicamente erano visite di cortesia per riscuotere pagamenti, e per questo non eravamo sempre ricevuti con sorrisi e convenevoli, ma con assenze ingiustificate dell’ultimo momento, o scuse che sembravano ridicole come “mia moglie ha portato via con se’ l’ultimo libretto degli assegni”. Adesso che sono cresciutello ho il quadro più chiaro (ma davveeero?) ma allora l’impressione che mi feci era che nel commercio c’era gente scorretta, che non paga con puntualità, in breve… persone  più simili ai malviventi che a cittadini onesti.

Mi promisi che da grande avrei lavorato con gente onesta. O quantomeno, più onesta di quelli con cui mio padre, poveretto lui, doveva relazionarsi.

E così con la ricerca scientifica mi son sentito di esser stato fedele alla promessa che mi feci da ragazzino. Ricercatori: gente onesta, volta al progresso scientifico per il benessere dell’umanità senza confini, senza interessi personali a parte una sana ambizione di carriera che resta pur sempre il sale della ricerca, il desiderio di avere riconoscimenti per i traguardi raggiunti.

Una sana ambizione di carriera. Appunto.

Qualcosa si incrino’ già quando ero dottorando in Inghilterra. Nell’istituto dove studiavo, in un laboratorio adiacente il mio, c’era un ragazzo che lavorava spesso alla notte, fuori dalla vista degli altri. Durante il giorno lo si vedeva poco, e difficilmente si faceva vedere mentre era in laboratorio a “smanettare” con pipette e provette. Era quasi sempre in cravatta. Sembrava uno che non amava troppo sporcarsi le mani. Ma qualche dato sperimentale lo deve aver pur prodotto questo buon’uomo se, ho appreso in seguito, pubblico’ dei risultati rivoluzionari su una rivista considerata autorevole, e pare che fece anche una discreta carriera. Fino a quando non è finito in tribunale con accuse di falsificazione di risultati di esperimenti. Pare che l’abbia scampata.

Un caso isolato, figuriamoci. Ed invece no. Non son pochi quelli che cercano di infangare l’immagine di chi persegue davvero la ricerca fedelmente ed onestamente, inducendoli anche in sperimentazioni basate su teorie false. Nell’era del giornalismo partecipativo questi casi sono sempre più sotto i nostri occhi: esistono portali internet dedicati alla trasparenza, all’integrità, dove si fanno nomi e cognomi senza scrupoli.

Uno di questi è retractionwatch.wordpress.com, un portale che racconta i casi in cui le riviste scientifiche “ritirano” una pubblicazione perché ritenuta non più meritevole di esser tale. Le principali accuse (o prove) riguardano dati falsi o “fabbricati” opportunamente per dimostrare che una teoria era vera, magari per sostenere l’esistenza in vita di un laboratorio, di una infrastruttura, di un finanziamento. Ma ci sono anche casi in cui i dati son veri ma…ops…sono stati rubati ad altri. E non si salva proprio nessuno perché i casi di frode, falsificazioni e menzogne a vario titolo vengono scoperti in ogni angolo del pianeta. Anche in un paese a forma di stivale.

Tra le frodi più famose c’è il caso del ricercatore Coreano Hwang Woo-suk che falsificò i risultati di un promettente lavoro sulle cellule staminali, gettando nello sconforto anche i cittadini, dopo che la stampa gli aveva raccontato che la cura per la loro malattia era dietro l’angolo. Qui c’è una top ten delle frodi scientifiche.

Ci sono casi anche un po’ meno gravi ma comunque divertenti. Una chicca è di un tale che avrebbe inventato il nome di un arbitro (referee) con tanto di indirizzo di posta elettronica, per suggerire poi all’editore della rivista, a cui si rivolgeva per pubblicare un suo lavoro, che il manoscritto fosse inviato proprio a quel referee, che naturalmente avrebbe giudicato que lavoro ben degno di pubblicazione. Per forza, era lui stesso.

E così i cacciatori di scienziati disonesti si moltiplicano, in ogni paese e disciplina (interessante il caso della Romania, Integru, recensito da Nature sul numero del 16 Agosto scorso). Proprio questa settimana un altro editoriale di Nature denuncia un nuovo caso grave di plagio, questa volta in Giappone, ed invita la comunità scientifica a prendere misure perché queste cose non accadano più.

E così vengo a chiudere questo post con dei quesiti. Come è possibile che siamo arrivati qui? Cosa c’è da correggere? Non è tollerabile che un risultato scientifico venga prima reso pubblico e poi, solo dopo alcuni anni, ritirato perché scoperto esser fraudolento. A quel punto il danno può essere già stato fatto. La ricerca scientifica si fonda sulla fiducia. Se studiando l’articolo che ho accanto al computer, sulla scrivania, dovessi dubitare che l’autore abbia generato i suoi dati ad hoc allora sarebbe inutile leggerlo. Ed invece leggo e mi fido, senno’ la mia ricerca non andrà avanti.

Forse dobbiamo radicalmente rivedere il modo in cui un risultato scientifico viene reso pubblico, imponendo più verifiche. Questo è un argomento già molto dibattuto.

Oppure, senza castrare chi è ambizioso e punta a raggiungere risultati scientifici prima dei suoi colleghi, dobbiamo rivedere quali sono gli interessi che girano intorno ad una scoperta scientifica. Le scienze biomediche sono forse più suscettibili di frodi perché nella sanità ‘girano’ molti interessi. Ma non c’è scienza che possa dirsi immune dal fenomeno.

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