ricercatori a tempo determinato

Posted on febbraio 27, 2013 di

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Si è discusso, sommessamente, nella scorsa settimana, di un appello fatto dai ricercatori a tempo determinato (RTD) al Presidente della Repubblica Napolitano, il cui testo integrale trovate qui. Pochi sanno che la riforma Gelmini ha cancellato la figura del ricercatore universitario con contratto a tempo indeterminato (non assumendo dunque più persone che ricoprano quel ruolo), introducendo la figura del ricercatore a tempo determinato  di tipo A e B (cosa significa, è scritto qui).  Come è facile immaginare, si arriva a questa tipologia di contratto solo dopo laurea, dottorato di ricerca e vari anni di esperienza postdoc (il che può significare un’età anagrafica fra i 34 e i 42 anni, in media). Il fatto divertente è che la tipologia di contratti di ricercatore a tempo determinato che è stata assegnata prevalentemente sinora è quella di tipo A. Per capirci, quella che non impegna l’Ente ad assumerti, anche se sei stato molto bravo. Questa cosa ovviamente ha delle ricadute, sul piano personale-umano di coloro che prendono questo contratto, come sottolinea la lettera, ma secondo me anche dal punto di vista di rendita sul piano lavorativo. Se mi sto costruendo le basi per un futuro, lavorerò con più entusiasmo, mi affaccerò su più finestre, getterò l’amo in ambiti promettenti, anche se intravedo un percorso lungo prima di poter arrivare a risultati importanti. Ma questo è solo un aspetto di questa tipologia di contratti. ImmagineSotto tantissimi altri punti di vista, questo è un contratto molto migliore rispetto a tutti quelli inerenti il tempo determinato all’università (borse di ricerca, assegni di ricerca, cococo e cocopro…). Con tale contratto infatti si gode di diritti praticamente pari a tutti gli altri lavoratori per quanto riguarda malattia, maternità, congedi. Si ha persino diritto a partecipare ai Consigli di Dipartimento. Addirittura si percepisce la tredicesima. Lo stipendio è un po’ più consistente rispetto a quelli mediamente percepiti tramite assegni di ricerca. Certo rimane il problema del futuro, ma questo è un discorso a latere. Vorrei piuttosto riflettere sul fatto che sarebbe bello se ci fosse meno ipocrisia nell’assumere giovani con un alto livello di formazione, nel loro periodo di maggiore creatività scientifica (secondo gli studi più recenti) a tempo determinato. Ci dovrebbe essere la consapevolezza e l’onestà di dire che si stanno prendendo a lavorare a tempo determinato probabilmente le risorse migliori, più produttive, più disponibili a grossi carichi di lavoro, più entusiaste e più vicine e quindi probabilmente sensibili alla formazione degli studenti. Poi, fra 3 o 5 anni, l’ente è libero di mandarli a casa. Saranno un po’ invecchiati, un po’ demotivati, un po’ meno brillanti di prima, magari. In casi simili a questi, che si fa?! Si fa come con tutti i professionisti che lavorano al meglio in un certo periodo della loro età: i calciatori, gli atleti, le modelle. Si dovrebbe pagare davvero bene questi professionisti a tempo determinato, perché fra poco non li considererete più al top, e li sostituirete con altri. Vi sembra troppo azzardato, questo paragone?!

Intanto, gli invecchiati RTD staranno probabilmente pensando di andare a fare qualcosa tipo “gli allenatori”, magari in un altro continente.

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