Sunshine 4 palestine

Posted on marzo 31, 2013 di

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Barbara è una ricercatrice in fisica che vive a Vienna. Il suo lavoro consiste nel spiegare i complicati meccanismi che governano le interazioni tra  polimeri. Lei svolge il suo lavoro attraverso simulazioni e modelli che permettono di interpretare risultati sperimentali e di predirne di nuovi.

Nonostante lavori su argomenti complessi e che sembrano lontani dalla vita di ogni giorno, lei non si é mai distaccata da quello che le succede intorno, ed anzi da qualche tempo ha deciso di mettere sù un progetto per aiutare un ospedale in Palestina, Sunshine4Palestine. Le ho chiesto di raccontarci come è nata questa idea:

“Quando il 14 aprile 2011 Vittorio Arrigoni venne rapito, e poi il 15 aprile venne ucciso, rimasi sgomenta. Per anni avevo sentito la sua voce raccontare del disastro di Gaza, della difficile quotidianità, delle condizioni inumane nelle quali il popolo di Gaza era costretto a vivere in una prigione a cielo aperto, nella quale era impossibile far entrare persino cibo medicine e gas.  Incontrai subito Yahya, un ragazzo che aveva da poche ore aperto una pagina che aveva intitolato Stay Human, e gli proposi di istituire un sito di traduzione, da varie lingue all’inglese e dall’inglese in varie lingue, perché si potesse continuare a diffondere con voce forte una informazione sulla situazione di Gaza. Nulla e’ più forte della conoscenza, tanto invece può coprire un duro silenzio. Creammo e fondammo un gruppo, che si chiamava Inform to Resist. In questo gruppo raccogliemmo persone da ogni parte del mondo, americani, italiani (tanti),  francesi, svizzeri e persone di Gaza.
Tra queste vi era Haitham. Nel leggere il profilo di Haitham quando si unì al progetto di traduzione, notai che era un manager nel ministero che si occupa del mantenimento degli edifici a Gaza. E pensai che forse un giorno avremmo potuto pensare di fare qualcosa insieme. Nel parlare quotidianamente con Haitham, in orari proibitivi dovuti ai continui black out, mi resi conto, in modo via via più profondo, di quanto fosse drammatica la situazione energetica a Gaza, con civili ed edifici pubblici, inclusi gli ospedali, costretti ad un funzionamento ridotto di 4-6 ore al giorno.”


A questo punto Barbara ha un’idea. Qualche tempo prima insieme ad Ivan, avevano progettato e realizzato un impianto fotovoltaico per la sua casa. Forse questa poteva essere la soluzione anche per alcuno problemi a Gaza.
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Al che scrissi ad Haitham e gli chiesi se secondo lui sarebbe stato possibile pensare di costruire un impianto a pannelli, inizialmente io proposi per una scuola, una piccola comunità. Haitham è una persona attivissima, un iper entusiasta, e mi rispose subito, con grande passione. Disse che sì,  avrebbe pensato lui ad una location e che sarebbe stato estremamente interessato allo studio preliminare di fattibilità che gli stavo proponendo. Il giorno dopo mi mandò una mail, scrivendomi che aveva contattato il secondo piu grande ospedale di Gaza (Jenin), un ospedale che era stato appena rinnovato, ma che purtroppo era costretto ad operatività ridotta.
Chiesi ad Haitham, per lo studio preliminare, i dati dei consumi dell’ospedale, che lui mi diede fino all’ultima lampadina.
Facemmo una prima stima e rimanemmo di stucco quando ci rendemmo conto che per un ospedale intero, il costo di un impianto si aggirava sui 100-150K dollari (stima che inizialmente facemmo un poco a naso). Lunghe conversazioni con Haitham, e prendemmo la decisione  che valeva la pena provarci.
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Barbara ed Ivan cominciano a lavorare seriamente sul progetto, hanno bisogno di pannelli solari resistenti, non possono permettersi che si rompano in poco tempo, inoltre non sono sicuri di raggiungere i fondi necessari per completare l’impianto e quindi cercano qualcosa di modulare che possa funzionare anche se non a pieno regime. Decidono quindi di rivolgersi alla ditta che gli aveva fornito i pannelli per la loro casa.
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Conosciamo entrambi il proprietario della ditta, e gli spiegammo cosa volevamo fare, che ci serviva un impianto resistente, efficiente, che non richiedesse manutenzione. Oltretutto un impianto modulare, che potesse essere costruito a blocchi nel caso la raccolta fondi non riuscisse. E spalla a spalla pezzo dopo pezzo costruimmo il progetto finale che ora stiamo realizzando.
Mandammo Haitham a fare foto dal tetto dell’ospedale per vedere se ci fossero impedimenti o ombre, ci rendemmo conto che il tetto non era consono per sostenere l’impianto, e qualcosa andava fatto. Per un poco valutammo due opzioni, o costruire una intelaiatura o ricostruire il tetto. Il manager dell’ospedale disse che loro avevano in pianificazione di aumentare di un piano l’edificio, ma che al momento avrebbero dovuto dirottare i soldi che avevano raccolto per una sala operatoria, per costruire il piano; quindi decidemmo di aggiungere al budget del nostro progetto il costo dell’aggiunta di un piano e della costruzione di un tetto consono. Poi come ultimo step aggiungemmo il pacco batterie, e lo switch: l’impianto nella sua progettazione finale non solo produrrà corrente per l’ospedale, ma avrà un pacco batterie nel quale accumulare l’energia non utilizzata di giorno per l’utilizzo notturno, ma in più, nel caso l’impianto produca energia, l’ospedale non la usi, e le batterie siano piene, lo switch ridistribuirà la corrente sulla rete locale.
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A questo punto un pizzico di fortuna fa sì che Barbara riesca a coinvolgere Francesca, una ragazza conosciuta su un aereo …
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“…. esperta in marketing, e lei sta ora organizzando tutta la parte di fundraising del progetto, e Francesca aggiunse Clive al progetto, un cortesissimo signore inglese con vasta conoscenza di leggi. Inizialmente provammo ad appoggiarci su altre ONG, ma dopo vari fallimentari tentativi decidemmo di aprire la nostra no profit, che ora e’ attiva negli UK e si chiama Sunshine4Palestine, ed appena riusciremo a raggiungere 5000 pounds potremo fare l’upscale ad una charity.”
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Il resto della storia continua sul loro sito. In bocca al lupo ragazzi.
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