Se potessi avere 500 prof.

Posted on ottobre 13, 2015 di

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Avesse intonato “se potessi avere 500 prof al mese” con questa melodia sarebbe stato quasi simpatico:

Invece in tono laconico il nostro premier ha dato la notizia dei 500 prof che lavorano all’estero che saranno riportati in Italia con “un gruzzolo” confermando il luogo comune secondo cui chi lavora all’estero è bravo e meritevole, chi invece lavora nelle università italiane è molto probabilmente un somaro cooptato. Guardiamo lo stato dell’arte dei finanziamenti alla ricerca, e traiamo le debite conseguenze, riportando una riflessione suggerita da Alessandra Bucossi, ricercatrice a tempo determinato di tipo A presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia.

Dal 2008 ad oggi l’Italia ha investito 261.127.089 milioni di Euro per

“il ricambio generazionale presso gli atenei e gli enti pubblici di ricerca afferenti al MIUR, al fine di rafforzare le basi scientifiche nazionali, anche in vista di una più efficace partecipazione alle iniziative europee relative ai Programmi Quadro dell’Unione Europea, destinando a tale scopo adeguate risorse al finanziamento di progetti di ricerca fondamentale proposti da giovani ricercatori” (Bando FIR 2013)
e
“a favore di giovani studiosi ed esperti italiani e stranieri, in possesso di titolo di dottore di ricerca o equivalente da non più di 6 anni e impegnati stabilmente all’estero in attività di ricerca o didattica da almeno un triennio” (Bando Montalcini 2014).

I giovani ricercatori che hanno beneficiato dei fondi sono stati assunti con contratti a tempo determinato di tre categorie L.230/05, L.240/10 tipo A, L.240/10 tipo B. Ad oggi gli atenei italiani, secondo i dati MIUR, impiegano a tempo determinato 2980 ricercatori.

Il concorso per vincere i finanziamenti pubblici è estremamente selettivo, per fare un esempio i bandi FIRB2012, FIR 2013 e SIR 2014 prevedevano 3 fasi di valutazione da parte di esperti nazionali ed internazionali. Tra le caratteristiche richieste ai giovani ricercatori ci sono pubblicazioni su riviste internazionali, esperienza all’estero e partecipazione a progetti internazionali.
Matteo Renzi ha annunciato che “Nella legge di stabilità ci sarà una misura ad hoc per portare in Italia 500 professori universitari anche italiani. Un modo per attrarre i cervelli con un concorso nazionale basato sul merito: daremo anche un gruzzolo per progetti di ricerca”.
A questo punto ci si chiede per quale motivo lo stato italiano ha investito più di 260 milioni di Euro per favorire i giovani ricercatori se poi non si reputano all’altezza di rimanere in Italia ed essere stabilmente integrati nel sistema universitario pubblico? Quanti ricercatori a tempo determinato sono stati stabilizzati a fronte di un investimento di 260 milioni di Euro? Le selezioni, che i giovani ricercatori hanno superato, non erano forse un concorso nazionale? Ed i concorsi nazionali non dovrebbero essere basati sul merito? I ricercatori a tempo determinato valutati “eccellenti” che ora lavorano in Italia non meritano di essere assunti come questi 500 meritevoli provenienti dall’estero? Ma se non sono meritevoli, non si è forse sbagliato a spendere 260 milioni di Euro (senza contare le spese per la selezione) per finanziare la loro ricerca?

In questi anni abbiamo assistito praticamente ad un arresto, e non ad un semplice rallentamento, del turn over nelle università e negli enti di ricerca, con conseguenze non solo e semplicemente su una generazione di giovani ricercatori, ma sull’intero mondo della ricerca che ha fisiologicamente bisogno dell’immissione di nuove energie. Questa non è una mera impressione di chi vive nel mondo della ricerca, ma il riscontro di una realtà ben fotografata dal Consiglio Universitario Nazionale che ricorda che siamo passati dal reclutamento di 1700 ricercatori a tempo indeterminato annui pre l.240/2010 agli attuali 700-800 ricercatori a tempo determinato, prevalentemente di tipo A.

Quello che più scoraggia, nell’attuale situazione, è il silenzio di coloro che amministrano le Università ed il Dipartimenti e dei titolari di cattedra che potrebbero protestare e suggerire che i ricercatori a tempo determinato attualmente reclutati non sono degli incapaci immeritevoli, ma persone che meritano di avere una chance di accedere a una posizione migliore, almeno tanto quanto chi ha lavorato o lavora all’estero. Invece, come si suol dire, chi tace acconsente e dunque certifica il disinteresse del Paese a premiare chi il merito l’ha acquisito “in casa” con tutte le difficoltà che questo comportava in questi anni così difficili per il mondo della ricerca italiana.

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