Dalla Russia con stupore

•gennaio 25, 2012 • 1 commento

Scrivo queste righe sul tavolo della cucina di un accogliente appartamento con un improbabile arredamento molto modernista anni ’70 – sembra di essere in episodio di Star Trek col capitano Kirk in effetti – situato in “Italianskaya”, ovvero per un caso della sorte – ma esistono i casi della sorte, le coincidenze? io ormai non lo credo più, penso esista piuttosto una determinazione quanto-probabilistica nelle cose che sembrano accaderci per caso.. ma questa è un’altra storia e forse un altro post – nella “Via degli Italiani”, ad un passo delle centralissima Nevskij prospekt.. la città è San Pietroburgo, o Peter, come la chiamano qui le nuove generazioni, il Paese ovviamente è la madre Russia.

Domani è il 7 Gennaio, il Natale ortodosso, quest’anno faccio laicamente il bis dopo quello cattolico. Sono qui per una settimana per un altro tipo di ricerca, non scientifica, personale, molto più introspettiva e complessa. Ma non sarei mai tornato qui ora se non fossi stato invitato per un mese ad ottobre dallo Ioffe Institute, ospite come visiting scientist.

Ero già stato qui in un’altra vita, nel maggio del 1988. Peter risuonava di Leningrado e dei suoi assedi, Gorbaciov aveva appena aperto alla perestrojka e all’occidente, il muro mureggiava ancora a Berlino, e io facevo parte di una delle prime scolaresche italiane ammesse qui per uno scambio culturale. Era un mondo diverso allora, con le gelaterie nascoste nei condomini e il cambio nero all’angolo delle strade. E’ ancora un mondo diverso oggi, anche se in un modo completamente differente.

Un mese qui è stato un viaggio, un viaggio fatto di stupore, spesso positivo, ma con i suoi rovesci della medaglia. Un viaggio in un Istituto, lo Ioffe, che letteralmente cade a pezzi, con mura crepate che colano acqua, odori improbabili ma sicuramente indesiderabili, plastiche messe sui muri a rattoppare, vecchi tavolini consumati come scrivanie. Solo la Sovietica propagandistica facciata regge ancora. Ma un istituto dove ho trovato ricerca e scienziati – sì, per loro si può usare questa parola che nel sentire comune richiama ormai solo vecchi film in bianco e nero- di livello altissimo.

Un Istituto dove il “social meeting” – come lo chiamerebbero nella mia correttissima Danimarca, vedi post relativo – per farci incontrare le eminenze grigie locali viene fatto a suon di vodka e whiskey.. alle 4 del pomeriggio – e mica un assaggino – ma dove tutti i gruppi tutti ci hanno mostrato con orgoglio – sull’ orgoglio Russo tornerò fra poco – e incredibile ospitalità i loro risultati, le loro tecniche, insomma la loro quotidiana fatica per fare ricerca con poco o niente.

Sì, perché i soldi mancano. L’oligarchia gasprom-putiniana certo non investe nella fisica, e allora dovendo scegliere se investire nel sistemare un muro o comprare un componente per uno strumento, si compra un componente senza pensarci due volte. E se lo strumento costa tanto, allora lo si fa in casa. Si montano i pezzi, ci si industria a tagliarli, ci si spremono le meningi finché lo strumento fatto con i lego ti dà risultati migliori di quello ultimo grido della mega ditta giapponese o tedesca.

Ho detto prima orgoglio. Sì, è stato anche un viaggio nel orgoglio Russo, in un tentativo di comprenderlo, un orgoglio che sa molto di passato e di sconfitta, un rimpianto di quello che forse si pensava di essere e che si è perso per strada, ma che si fonda per questi ricercatori su una preparazione teorica unica al mondo. Ho avuto il doppio onore di presentare qui il mio lavoro in un seminario con chairman Robert Suris, uno scienziato di caratura mondiale, inventore del quantum cascade laser, ed è stata un’esperienza nell’esperienza. Allo Ioffe il seminario è “uno contro tutti”. Non importa chi sei, da dove vieni, con chi lavori. Hai un’ora per presentare il tuo lavoro, che è quello che veramente ti identifica, ed un’altra ora per essere distrutto: un gruppo di 20, 30 professori Russi ti chiederà TUTTO. Smonteranno il tuo lavoro in mille pezzi, e ti sfideranno a provare che sai, che vali, che non solo hai capito quello che fai, ma forse anche perché lo fai. E se alla fine dell’ordalia sei ancora in piedi…allora forse hai dimostrato anche a te stesso qualcosa.

Ho passato qui un mese, e in questo mese ho anche cominciato rapidamente una collaborazione con un gruppo sperimentale dello Ioffe su un argomento innovativo ed interessante. Se penso che nel 2008 ho passato 5 mesi in Indiana per una supposta collaborazione, senza riuscire a combinare nulla, sostanzialmente per la non volontà locale di non condividere risultati e relativo successo…allo Ioffe si è deciso tutto in un pomeriggio, in cui si è parlato di fisica e solo di fisica.

Certo, la situazione qui è complessa. Dopo la caduta dell’Unione Sovietica c’è stato un periodo di anarchia totale: all’Università tutto doveva essere chiuso a chiave, altrimenti il giorno dopo si rischiava di non trovare nulla. Si narra sparissero anche i lavandini e i water. Ora si è in libertà vigilata, in un sistema non democratico, ma dove all’Università fra i ragazzi e i dottorandi si ricomincia a parlare di politica con interesse, con voglia di cambiare, e ne sono prova le recenti manifestazioni popolari dopo le truccate elezioni. L’ex amico Putin è stato fischiato duramente dopo un incontro di boxe, e anche se la TV nazionale ha detto che il pubblico fischiava il pugile sconfitto, le notizie viaggiano veloci su internet, che è praticamente impossibile da censurare.

Strano paese questo, passato dalla monarchia assoluta degli Zar attraverso la grottesca dittatura sovietica – ovvero per chi come me crede nelle utopie di uguaglianza sociale come si uccide un sogno senza nemmeno chiedere permesso – fino ad una farsesca oligarchia. Un paese con una storia e una cultura unici, ma che non hai mai sperimentato il sapore di una vera democrazia, con tutti i suoi limiti che questa certo presenta, come diceva il buon Churchill. Ma non voglio fare un discorso politicante, questo è un blog di Fisici, io sono solo uno che ricerca, e per me la politica è solo la trasposizione dell’etica personale nella sfera pubblica – chissà, forse è per questo che in Italia siamo messi così male-.

L’esperienza scientifica è stata stupefacente – da cui il titolo – per impatto, serietà e validità assoluta dei contenuti. Quella umana anche: il Professor Vadim Evtikhiev, che è stato il mio mentore qui, è stato un ospite perfetto e generoso, che ha aperto anche le porte della sua casa per un’indimenticabile cena italo-russa. Ma gli episodi da romanzo del mio mese qui che ricordo sono innumerevoli.

La città vive tutto il controsenso della storia che l’ha formata: un centro storico meraviglioso, fatto di palazzi rinascimentali e classici, la Neva che si insinua ovunque, il Palazzo d’Inverno che si staglia magnifico, la meravigliosa chiesa costruita sul luogo dell’assassinio di Alessandro II – unico zar ovviamente che aveva provato a fare riforme – che col suo quasi incredibile nome, “Nostro signore del sangue versato”, chiude la prospettiva di uno degli infiniti canali. Poi, oltre, all’infinito coi suoi 5 milioni di abitanti ad un passo dal polo nord, l’immensa periferia, una devastante e deprimente blade runner, buia e senza speranza…tonnellate di cemento sparse ad uccidere qualunque estetica e qualunque sorriso. I demoni di Fyodor albergano ancora qui…

Nel centro le Ferrari e gli immensi SUV sfrecciano accanto alle trabant di 40 anni fa – ovviamente la polizia ha le trabant e i neo-mafio-ricchi i SUV- il lusso e la povertà vanno abbastanza a braccetto, ragazze eleganti ed emancipate sorridono alla vita, mentre tristi lenoni offrono il catalogo della loro mercanzia ai turisti accanto a vecchine che con l’equivalente di 50 euro al mese di pensione sono costrette a vendere fiori ai passanti per arrivare alla fine del giorno.

Eppure, lentamente, qualcosa si muove. Anche qui – o forse qui più che altrove, più che da noi – un altro futuro sembra possibile. Certo, non augurerei mai all’Italia un percorso storico del genere, questo va anche oltre una certa mia dose di masochismo storico. Ma non riesco a non notare come una serie incredibile di avversità abbiano generato una grandissima inventiva nell’affrontare i problemi, non ultimo nel campo della ricerca. Intuisco un parallelismo esasperato con la situazione italiana, dove pure si cerca di creare qualcosa di buono in condizioni al contorno, specie per quanto riguarda i mezzi a disposizione e gli investimenti della politica, al limite del collasso. Qui a Peter il collasso l’hanno avuto da tempo, hanno fatto il funerale, ma poi non si sono arresi. Non so se questa è la morale di questa favola, ma certo le si avvicina molto.

Ha fioccato una neve leggera stasera su Italianskya, questo anno l’inverno artico è stato clemente, forse sapeva che ripassavo di qua. Smetto di scrivere ed esco, è tempo di andare incontro al mio stupore.

Social reality

•gennaio 18, 2012 • 4 commenti

- Meeeeoooowww….

- Ciao Dirac, si caro…sono tornata a casa…mica ti sarò mancata? Dai che prendo una birra e ti coccolo un po’ sul divano.

- Meeeeeeoooooooowwwww…

- Okay okay…arrivo subito! Prendo anche il manuale del social reality switcher perché voglio essere sicura che nessuno mi disturbi mentre sono ‘in giro’.

[pagina 26: Predisporsi, con una buona respirazione e con luci adeguatamente soffuse, alla transizione verso il menu delle esperienze. A transizione compiuta, il vostro switcher mostrerà una spia arancione, ma questo voi lo capirete senza dover guardare, ovviamente. La spia è però utile agli altri umani in casa, per segnalargli che non è il caso di disturbarvi mentre vi preparate al salto. Tutti gli strumenti già configurati in casa si metteranno automaticamente in safe-mode per non recarvi alcun disturbo.]

- Dirac: tu ti metti in safe-mode o ti chiudo in cucina? Se resti con me però mi devi promettere che non rompi quando la luce diventa arancione.

[L'esperienza termina automaticamente al termine del tempo predisposto. Se desiderate un tempo inferiore, questo va scelto prima di cominciare. A immersione avvenuta, la spia dello switcher diventerà rossa. A questo punto non vi potrà disturbare nessuno, ad eccezione di casi che voi avrete specificato, come per esempio il pianto di un bambino (vedi istruzioni p. 256).]

- Naaaah…macchissenefrega.  Al massimo mi chiameranno per offrirmi un’altra carta di credito. Dai Dirac che si va da qualche parte!

Dopo qualche minuto di silenzio completo,  disturbato solo dalle fusa di Dirac, lo switcher indica luce arancione, e l’espressione di Ester si fa più ebete.

Vuoi scaricare in memoria le esperienze di oggi?

- Esperienze? Ma a chi gliene può fregare di quello che ho fatto stamattina in studio di registrazione, o dal parrucchiere? ahahaha…Andiamo dritti al sodo e facciamoci un giro nella testa di qualcuno che si è divertito un po’ più di me.

Scansione delle esperienze. Modo: casuale…Volo in deltaplano (Città del Capo)…Pattinata sul lago ghiacciato (Canada)…Kite Surf (Australia)…Rapina a mano armata (Francia)…Annuncio vincita premio Nobel per la Fisica (Francia-Italia)…

- Che!!???? Premio Nobel…forte! Voglio farmi questa! Chissà che pensano ‘sti scienziati quando gli si da una notizia del genere…se è meglio che suonare a un concerto vorrà dire che ho sbagliato tutto! E poi il mio gatto non ha vinto un Nobel per la Fisica?

Immersione in corso…attendere prego…

Scena: Norman Ramsey è appena salito sull’aereo che lo porterà da Nizza a Napoli. E’ il 1989, e Norman è appena stato all’Università per un seminario sulle nuove prospettive della spettroscopia di precisione. A Napoli lo attende il professor Scutéri, che lo ha invitato per lo stesso seminario. Norman viene avvicinato da un elegante steward che parla un discreto inglese.

- E’ lei monsieur Ramsey?

- Si, sono io.

- Una telefonata dagli Stati Uniti. Pare sia molto urgente. Deve seguirmi, immediatamente. Ci vorranno solo pochi minuti. Il comandante è stato informato e lei non perderà l’aereo. Glielo posso garantire. Ma ora mi segua in fretta.

Norman è subito preoccupato, ma si rasserena appena sente la voce del suo caro amico, e collega, Donald.

- Norman!! Spero non averti disturbato…so che devi partire…ma…

- Donald…è successo qualcosa di grave? Saranno le tre del mattino lì da te!

- No no…cioè forse si…in un certo senso…ma no dai…scherzo! Dimmi un po’, c’è il sole lì? E’ andato bene il seminario?

- Donald, ma che te ne importa se c’è il sole…vai dritto al punto che stai causando un ritardo all’aereo! Che cosa accade?!

- Vuoi saperlo…eh? Trovati una sedia. Poggiati da qualche parte. Ho una buona notizia. Ti hanno cercato dalla Svezia, un’oretta fa o poco più. Hanno svegliato tua moglie, a casa. Mi ha chiamato subito e mi ha chiesto di inventarmi qualcosa per rintracciarti. Hai vinto il Nobel, Norman!! Complimenti!!!! Lo hanno dato a te e….

- …

La telefonata si interrompe esattamente a questo punto. E Norman non muove più un muscolo, con il telefono ancora appoggiato sulla guancia. Lo steward lo guarda perplesso, ma senza fare domande lo riporta, spedito, sull’aereo che è ancora lì, come promesso. Norman è basito. Non capisce se Donald gli stava solo facendo uno scherzo. Ma come avrebbe fatto a convincere la compagnia aerea che c’era qualcosa di tanto importante? Conoscendo Donald, ci sarebbe da aspettarselo. E se fosse vero che ho vinto il Nobel? Qualcuno ci scherzava su…al Dipartimento. Ma chi vince il Nobel è subito famoso…perché qui non mi riconosce nessuno? Magari qualcuno ha già visto una foto sul giornale…o forse è una balla. Naaah. E’ una balla. O magari no.

Il volo per Napoli è breve. Norman si guarda intorno e si sente…distaccato. Durante il volo non parla con nessuno. Cerca di ripassare i momenti di quella strana telefonata con Donald.

Poco dopo l’atterraggio, Norman nota qualcosa di strano. L’aereo si ferma ad un centinaio di metri dal Terminal, e dall’oblò gli sembra di vedere un uomo a fianco ad un’auto della Polizia. Indossa un cappotto, ed è appoggiato ad un bastone. Tira un vento fortissimo perché deve reggersi il cappello con l’altra mano. Riconosce la sagoma del professor Scutéri. Che dia….ci fa Scutéri lì? La polizia…Donald…

- Professor Ramsey! Benvenuto a Napoli e…congratulazioni!!!!!!

- Salve Professore…grazie ma…non capisco…

- E mi pare pure normale avere le idee confuse, nella sua posizione! Professore…legga su questo foglio…è in Svedese, ma la prima parola è chiarissima…lei ha vinto il premio Nobel!!!!

Norman apre la bocca, sente una goccia di sudore colargli dalla tempia…si lascia cadere a terra, con uno strano sorriso.

Impossibile tentare un collegamento con l’autore del post perché qualcuno ha inserito il codice di sicurezza e ti sta cercando al telefono. Emersione rapida dall’esperienza. Attesa di sicurezza…

Squillo di telefono.

- Pro…pronto…?

- Ester!!! Dove diavolo eri? Ero preoccupato!

- Ah? Ero in aeroporto…ma ora no… [...] oh cielo. Nell’ultima telefonata che ho ricevuto mi dicevano che avevo vinto il Nobel per la Fisica!

- Chi, tu?? Ahahahahahahahaha

- Ma sei scemo?

- E di’ un po’…per che cosa lo avresti vinto? Per i tuoi studi sui gatti di Schroedinger?

- Gatti? Oh cielo…ma che ore sono…? Devo correre a dare il latte a Dirac!


Nota. Questa storia è scritta in memoria del premio Nobel per la Fisica del 1989, Donald Ramsey, scomparso nel 2011. Ramsey vinse il premio, che divise con Hans G. Dehmelt e Wolfgang Paul, per il suo lavoro sui MASER di idrogeno ed il suo contributo alla spettroscopia di alta precisione. La comunicazione dell’attribuzione del Nobel prima di un volo in aereo è storia vera, ma riguarda invece Louis Ignarro, vincitore del premio Nobel per la Medicina e la Fisiologia del 1998. Divertente il suo racconto, disponibile in un video che potete trovare qui. Andava davvero a Napoli.

Disclaimer. Mi è stato giustamente fatto notare da un caro amico che qualcuno ha già avuto un’idea simile, una buona manciata di anni fa, e ci ha fatto pure un film. Il mio sarebbe dunque un plagio…se non fosse che il film ancora non l’ho visto! 8-) Semplicemente, mi divertiva immaginare che cosa potrebbe fare seguito ai social network, come li conosciamo oggi.

Ricerca Inutile

•gennaio 13, 2012 • 10 commenti

Salve a tutti.  Sarà perché sono in un periodo in cui sono un po’ pessimista sul lavoro del fisico che oggi voglio scrivere un post contro ricercatori e la ricerca. Penso infatti che buona parte della ricerca che si fa, almeno nel mio campo, materia condensata sia del tutto inutile, sia dal punto di vista applicativo che fondamentale, e non solo per quando riguarda il mondo dei teorici, ma anche per gli sperimentali.
In questo momento lavoro all’instituto Neel, un grande laboratorio con più di 400 persone circondato da altri centri di ricerca come il Sincrotrone, l’ILL, etc…. Devo dire che guardandomi intorno, non solo qui ma anche fuori a volte mi sembra che la gran parte della ricerca sia del tutto inutile e non produttiva.  Le motivazioni per cui penso ciò si possono dividere un due, ed anzi per meglio dire i ricercatori che sono la causa di questa improduttività possono essere raggruppati in due gruppi:

Ricercatori alla moda

Il ricercatore alla moda è quello che segue  l’ultimo argomento di ricerca, che studia il nuovo materiale appena pubblicato su Science etc.. Di questa categoria fanno parte interi gruppi che sono pronti a lasciare il loro vecchio tema di ricerca appena questo non è più alla moda per lanciarsi  nel nuovo fashion hot topic. Un tipico esempio nel campo delle nanostrutture e nanotecnologie sono quelli che lavoravano sui nanotubi, che avrebbero dovuto rivoluzionare devices, elettronica, materiali ultraleggeri etc… ed invece non sono serviti a niente, quindi hanno cambiato per fulleri and friend, ma anche in questo caso dopo un po’ hanno lasciato per il mitico graphene. Ma anche nel caso del graphene, ho già visto gruppi che lo stanno abbandonando per altri materiali, per esempio per dedicarsi al fotovoltaico etc…
Non voglio dire che gruppi come questi non producano, anzi fanno anche belle pubblicazioni, ma senza un gran perché. Si fanno bellissime misure, si costruiscono prototipi di transistors a single nanotube, o graphene transistor, etc…. e poi ci si rende conto che in pratica tutti questi oggetti sono irrealizzabili fuori da un laboratorio, e la fisica che si impara era già nota dai libri di testo.
Certo qualcuno mi dirà che per adesso è così ma in futuro….. il fatto è che a questo futuro non ci credo più tanto, visto che per i materiali precedenti (nanotube e fullereni) si diceva lo stesso :-)
Il problema di questa categoria è che non pensano mai a qualcosa di nuovo, innovativo o controcorrente, seguono la moda e basta.

Ricercatori Conservatori

Questa invece è la categoria opposta, composta da quei ricercatori che hanno imparato una tecnica oppure si sono specializzati nello studio di un certo fenomeno e continueranno a fare la stessa cosa per tutta la vita, anche se ciò che fanno è completamente inutile. Ho amici sperimentali che continuano a fare lo stesso tipo di misura su ogni campione gli venga dato, che sia l’ultimo materiale fortemente correlato o una buccia d’arancio, senza poi fare una grande differenza. Lo stesso per i teorici, che hanno imparato a calcolare una certa quantità e la calcolano per qualsiasi cosa.
Ci sono poi quelli che fanno solo un argomento anche se ormai è stato spiegato tutto su quell’argomento e rimangono solo dettagli insignificanti. Questi ultimi formano intere comunità di ricercatori sparsi per tutto il mondo, e possiamo dire che loro sono ciò che resta del gruppo precedente gruppo quando non hanno  più la forza di cambiare.

Per finire con un po’ di ottimismo, devo però dire che in queste due categorie ci sono ricercatori bravissimi che sono stati in grado di aprire e sviluppare nuovi campi di ricerca,  e poi fuori da questi due gruppi ci sono quei pochi che riescono a muoversi verso cose nuove, contro corrente ad aprire nuovo strade e nuovi modi di fare ricerca.

c’era una volta il ricercatore italiano

•novembre 3, 2011 • 5 commenti

Once upon a time, è proprio il caso di dire, perchè ormai parlare di ricercatori in Italia richiede uno sforzo di speranza, di ottimismo, di folle lungimiranza che è disumano attuare. Dopo la riforma Gelmini, che manca tuttora di un finanziamento, non abbiamo visto ancora i concorsi da docente, non abbiamo visto i fondi nè i concorsi per i ricercatori a tempo determinato, non abbiamo visto sparire le odiose pratiche baronistiche che la Gelmini prometteva di eliminare. Anzi. Anzi, ben sapendo che questo era il periodo in cui una bella fetta percentuale di docenti associati ed ordinari sarebbe andata in pensione, si è posto rimedio a questa possibilità dell’ingresso nelle università dei giovani bloccando il turn-over al 5% (leggi 100 prof che vanno in pensione, ne assumiamo 5 nuovi) e se mancano i docenti cosa si può fare?! Si danno dei contratti a chi più facilmente può prenderli, ovvero docenti universitari andati or ora in pensione (per la serie escono dalla porta per rientrare dalla finestra). In alternativa, i contratti di docenza universitaria vengono affidati ad insegnanti delle scuole superiori in pensione, oppure a professionisti che guadagnino almeno 40,000 euro l’anno (ma che siano disposti a prendere un incarico didattico di 60 ore a cifre che si aggirano sui 1000 euro…e non ditemi che questa non è fantascienza!).
Ora, non voglio dire che veramente non ci sono più ricercatori in Italia, ma stanno diventando sempre meno e non avendo un ruolo chiaro all’interno delle università, è logico e naturale che puntino a diventare al più presto professori associati. E quindi, a chi spetta il ruolo di maggiore impegno e di coordinamento nella ricerca universitaria?! Ricordo che il personale tecnico laureato è stato ridotto fortemente, quindi chi rimane? I docenti, già oberati dai carichi didattici e di certo impossibilitati a stare dietro a tesisti/specializzandi/tirocinanti/dottorandi per il tempo necessario?!
Tutto, come accade sempre più spesso in Italia, viene lasciato alla disponibilità e alla voglia di fare di docenti, ricercatori e quella selva di precari (assegnisti di ricerca, borsisti, dottorandi, cocopro, etc etc) che mandano avanti l’accademia. Quello che penso, e che mi pare di vedere, è che se in tempi normali questo modo di fare in cui non ci sono regole ferree e c’è un mix fantastico di diritti e doveri ripartiti in maniera molto confusa fra le varie componenti del personale strutturato e non universitario, può quasi funzionare, in tempi di magra questo mix è micidiale. Perchè?! Perchè non ci sono meccanismi premianti per chi lavora di più e/o meglio (e sto parlando di risultati che sarebbero facilmente indicizzabili e quantificabili, quali le pubblicazioni internazionali e/o i finanziamenti esterni ottenuti su progetti di ricerca), non ci sono controlli sull’efficienza delle spese effettuate su un progetto, non ci sono percorsi per valorizzare quel che di buono c’è nelle università e portarlo all’esterno. I perchè di tutte queste problematiche sono oramai non vecchi, ma antichi, e se non immettiamo nell’accademia una quantità decente di giovani (giovani si fa per dire, diciamo almeno non ultraquarantenni soltanto…) preparati e con esperienza, trovo molto difficile che l’università italiana potrà pensare a risolvere seriamente questi problemi.
Al contrario della politica, nell’ambiente accademico nessuno avverte la semplice necessità di rottamare. Nell’università l’esperienza non può che venir considerato un tessuto preziosissimo su cui costruire il futuro, ma è piuttosto evidente che la costruzione del futuro spetta a chi ora ha fra i 30 ed i 40 anni, è nell’apice della propria creatività ed energia intellettuale, ed invece si trova costretto a sgomitare per prendere un contratto che lo farà star tranquillo per 6 mesi-1 anno. Purtroppo sembra che questa necessità di immettere nuove energie e potenzialità nell’università pubblica non sia sentita molto, sembra un problema di ultimo ordine. Mentre gli USA e gli altri Paesi Europei continuano a puntare su formazione e ricerca, in Italia sia la comunità accademica sia la gente comune sembra vedere questo come un problema lontanissimo dal nostro declino economico e dalla mancata crescita. Di questo al solito siamo colpevoli noi scienziati, che non siamo stati capaci di comunicare abbastanza l’importanza della nostra attività per il Paese.
Tanto vale lasciar perdere?

Quel gran campione di kg campione

•gennaio 25, 2011 • 7 commenti

Esco dalla metropolitana per andare a lavoro. Il treno si è arrestato e la porta che mi sta davanti è in  corrispondenza con le ante scorrevoli in vetro, sulla banchina, con un’accuratezza di un paio di centimetri. L’apertura della coppia di porte è simultanea, ed io sono fuori. In superficie, l’orologio del ponte segna le ore 08:44. Temperatura: 4 gradi centigradi. Tra 27 secondi, pare, scatterà il semaforo rosso per i pedoni all’incrocio con la rampa. Mi sbrigo. Passo dal panettiere e prendo un a pizza rustica al taglio. Pago i miei 260g. Arrivederci, buona giornata.

Ovunque, pensandoci, la mia giornata è permeata dalle misure. Tempo, lunghezza, temperatura, pressione, umidità, corrente elettrica. E non solo perché di mestiere, da qualche mese, faccio il metrologo.

Metrologia: la scienza che si occupa della misurazione e delle sue applicazioni.

Una scienza della misura? E a chi servirà mai? Serve al panettiere, perché possa fidarsi della sua bilancia, ma anche all’autista, perché possa fidarsi del suo GPS (oltre che del suo orologio, del motore e dei freni della sua auto!) ed al farmacista, perché le dosi del farmaco siano corrette. Più in generale, a mandare avanti il paese, la sua economia. Così che le viti prodotte in Finlandia siano combinabili ai bulloni fatti in Croazia, per assemblare le assi di legno tagliate a Perugia e farle diventare la libreria che è nel soggiorno.

Ciascun paese si rimette al suo Istituto Nazionale di Metrologia per assicurare l’accuratezza di ogni misura effettuata nel paese. Periodicamente, gli Istituti Metrologici Nazionali confrontano i propri campioni primari, per sincerarsi che restituiscano le stesse misure, così che la corrente elettrica a 220V in Svezia non rovini il vostro asciugacapelli mentre siete in viaggio.

E così eccomi a Parigi, all’ufficio Internazionale di Pesi e Misure, il BIPM, a confrontare i campioni nazionali del mio paese (per una grandezza fisica chiamata Kerma in aria, relativa alle radiazioni ionizzanti) con il riferimento internazionale, curato proprio dal BIPM qui a Parigi. Il BIPM è un laboratorio inter-governativo di altissima qualità, per definizione, con laboratori di ricerca in misure di radiazioni ionizzanti, di quantità di sostanza, sulla definizione del prossimo campione di massa. Il campione di misura che più fa discutere in questo momento è proprio il prototipo del kg campione. La massa è l’unica grandezza fisica, nel Sistema Internazionale, per la quale esiste ancora un prototipo, come un tempo c’era la barra del metro campione. Se l’ho vista? Figurarsi. E’ un cilindretto costruito in lega di platinio ed iridio, mantenuto sotto tre campane di vetro. Il kg campione, per gli amici ‘k’, giace in una cassaforte, insieme a sei copie, dotata di tre chiavi diverse, custodite da tre persone diverse. Una volta l’anno, si va a vedere se è ancora lì, alla presenza di 14 commissari. Tutti giù nel caveau, ma alcuni nemmeno ci arrivano e restano bloccati sulla scala a chiocciola. k è ancora lì (chi è sulle scale si fida, suppongo), i commissari stilano un rapporto, lo firmano, e ci si vede l’anno dopo. Di tanto in tanto (1939, 1973, 1989…) lo si confronta con altre copie e gli si da’ una lustrata, seguendo rigorosamente un protocollo di pulizia stilato in un documento di 16 pagine. Che gran campione, il kg campione.

l’elenco della scienziata precaria

•dicembre 1, 2010 • 6 commenti

Ci sarebbe da scrivere della riforma Gelmini, ci sarebbe da informare su cosa è realmente questa riforma e sul fatto che in realtà noi tutti, cittadini italiani, auspicavamo una riforma universitaria. I problemi di questa riforma sono molti, secondo il mio modesto parere, ed il più grande è la determinazione di un percorso da ricercatore a tempo determinato (3 anni + 3 anni) al termine del quale non sei assunto se sei bravo, ma solo se hai la fortuna di aver finito i contratti al momento giusto, ossia quando c’è disponibile il budget per assumerti. Altrimenti, se sei stato bravissimo ma in quel momento non ci sono i soldi per assumerti? L’università ti dice addio (ecco, “addio”, nemmeno “arrivederci e grazie”) perchè da quel momento in poi non hai più alcuna possibilità di carriera accademica. Ecco, mi sembra inutile elencare le conseguenze di questo procedimento, per quanto sono ovvie. Nomino solo il fatto che la selezione accademica avverrà sicuramente sempre di più in base al censo (chi può permettersi di arrivare a 40 anni con il datore di lavoro che ti dice “ci sei stato utile, ma ora addio”?!) e ormai le mie possibilità di fare una carriera accademica sono decisamente pari allo zero assoluto. Ed ora, visto che va di moda e forse è un modo veloce e significativo di comunicare…
Elenco delle cose che mi sono sentita dire e che non vorrei dimenticare
Lei, signorina, non è proprio portata. E’ meglio che cambi proprio facoltà.
Non si svaluti, accetti solo i voti migliori, perchè lei è una che vale.
Che studi, fisica?! Ah, ho capito: ginnastica.
Vuoi fare la carriera accademica? Ma se non hai il padrino non vai da nessuna parte.
Il tuo seminario è stato bellissimo. Peccato te ne vada. Lo dico sempre, che sono sempre i migliori che se ne vanno.
Ma perchè il Professor X l’ha mandata ad informarsi da me del dottorato? X mi ha detto che lei è molto brava, ma non capisco perchè s’interessi a lei (i miei occhi tentarono la risposta: forse perchè mi ritiene brava?).
Vuoi fare ricerca in Italia? E’ impossibile se non hai un parente dentro (innumerevoli volte, l’ho sentita questa frase…).
Sarebbe bello se continuassi a fare ricerca.
Hai fatto il concorso? Sei stata valutata con “molto buono”, immagino.
Lavori sempre qui all’università? Precaria? Ah, se non hai la raccomandazione non entri. Ma dai, sono sicura che ce l’hai la raccomandazione, eh eh (detta dalla commessa dell’alimentari dove mi facevo fare il panino per il pranzo. Dopo quel giorno non ci ho più messo piede).
Quello che fai è molto interessante, però alla fine hai uno stipendio da morto di fame (detto da un insegnante di liceo, di fronte ai suoi studenti dopo un mio seminario).
Pensa, io ho votato il Partito Z solo perchè aveva detto che avrebbe dato soldi alla ricerca. Invece non l’hanno fatto…
Mia figlia mi ha detto che vorrebbe fare il dottorato. Le ho detto: – Ma guarda Grazia, quanto tempo è che sta in sospeso…come ti viene in mente?!-.
Al Professor T devi dire sempre di sì.
Non puoi tirarti indietro. Tu hai quel che chiamo “sacro fuoco”, devi per forza fare ricerca.
Sei ancora all’università come precaria? Mia nuora ha 40 anni e fa la stessa cosa, illudetevi pure di entrare…ma è impossibile.
Ma perchè fai questa vitaccia? Non puoi cercarti un altro lavoro? (guardandomi come: ma quanto è inutilmente ambiziosa, questa!) Perchè non vai ad insegnare alle medie?
Voi dite che fate ricerca?! Ma non è vero, in questo Paese è impossibile.

Ogni mio commento è inutile. Mi sarebbe piaciuto aggiungere altre frasi positive, ma si vede che non me lo sono meritate.

Carnevale della Fisica numero 12

•ottobre 31, 2010 • 4 commenti

Sebbene siano tutti in giro a festeggiare Halloween, noi da fisici spocchiosi e controcorrente siamo qui a festeggiare il ben più eccitante Carnevale della Fisica numero 12.
Se non sapete ancora cos’è il Carnevale della Fisica, andate qui o, if you speak english, here.
Abbiamo accolto con entusiasmo l’invito della bravissima Professoressa Annarita Ruberto a scrivere un contributo per questo carnevale, sul tema della Fisica e Didattica, pensando che sia un tema di cui sia importante parlare in questo momento storico, in questo Paese.
I contributi selezionati sono moltissimi, utili sia a coloro che insegnano la Fisica, sia a tutti i curiosi…ma soprattutto, potrebbero accendere una curiosità scientifica anche a chi abitualmente non ne ha.
Quindi, buon Carnevale della Fisica n.12!

La fisica che nasce dai fisici

•ottobre 27, 2010 • 7 commenti

Quando un paio di fisici s’incontrano per argomentare dei problemi scientifici che stanno analizzando, la facilità con cui i loro discorsi si estendono ai loro gruppi di lavoro, alla situazione della ricerca del proprio Paese, sino ai propri hobby e alla vita personale, è per me sempre molto sorprendente. Lo stupore mi prende non semplicemente nell’osservare questo tipo di atteggiamenti, ma nel ritrovarmi a viverli: si affronta una questione scientifica, si cercano soluzioni, ci si confronta in maniera più o meno vivace, e poi dopo qualche ora ci si stupisce di essere arrivati a parlare di noi, anche ad un livello piuttosto intimo. Probabilmente questa facilità d’intendersi deriva proprio dall’attenzione verso problematiche scientifiche simili. Se la fisica è per la propria etimologia lo studio della natura, il fisico non può che sentirsi intimamente correlato ai problemi che sta indagando, così un fenomeno quantistico di difficile interpretazione o un espediente sperimentale che non riusciamo a realizzare, ci ronzano nella mente esattamente come la battuta acida del nostro partner o come un atteggiamento equivoco di qualcuno che ci sta a cuore. Forse proprio per la conoscenza di questa attitudine, i bravi maestri della fisica sanno che per illustrare efficacemente un argomento scientifico è molto utile correlarlo ai personaggi che l’hanno affrontato e risolto.
Se per insegnare la fisica con successo ai bambini delle scuole primarie, ai ragazzi delle secondarie, ai giovani delle università o ad un eterogeneo pubblico incuriosito dalla divulgazione scientifica, occorre usare diverse strategie didattiche relazionandosi alle età e alla base culturale, un ottimo stratagemma adatto a qualsiasi audience è quello di introdurre una scoperta scientifica partendo dalla persona, o molto più spesso dalle persone, che l’hanno realizzata. Questo aiuta non solo ad accendere anche nelle persone più allergiche alla fisica (quelle che “non è che non mi piace Prof., è che proprio non la capisco….”) delle curiosità, ma anche ad illustrare indirettamente il metodo scientifico e la prassi con la quale un pensiero di primo acchito fantastico, diventa teoria, numero, esperimento, insomma, chiave della realtà.
Tutti noi infatti ricordiamo in cosa consiste la penicillina per il buffo annedoto legato ad Alexander Fleming, ma se non sappiamo come James Dewey Watson, Francis Crick e Maurice Wilkins determinarono la struttura a doppia elica del DNA, questo è probabilmente dovuto al fatto che nessuno ci ha raccontato la storia di questi scaltrissimi scienziati del ventesimo secolo e di come collaborarono con Rosalind Franklin. Se volessimo metterci a parlare di astrofisica, quali personaggi vi verrebbero in mente, oltre al classico Galileo e alla dirompente Margherita Hack? Di certo non è facile immaginare Tycho Brahe che nel 1572, tempi assai lontani sia dal fenomeno della fuga dei cervelli che dall’utilizzo di facilities internazionali per la ricerca sperimentale, affermava placidamente “un astronomo deve essere un cosmopolita, giacchè pochi uomini di Stato incoraggiano gli studi, e quindi l’astronomo deve recarsi là dove la sua scienza trova il miglior benvenuto” (tratto da “L’intellettuale scientifico, L. S. Feuer, Zanichelli, 1969). Ma sbagliamo ad immaginarci Tycho come uno scienziato frustrato nella ricerca di chi finanziasse la sua ricerca, perchè il suo cosmopolitismo era eccitante e motivato, tanto che nella sua biografia si scrive che quando la sera dell’11 novembre del 1572 scoprì una stella particolarmente brillante nella costellazione di Cassiopea, fermò ogni passante per le strade del villaggio di Herrevad indicando la stella appena scoperta e chiedendo un parere a riguardo della luminosità, era insomma entusiasta “come un amante farebbe con la sua amata”. Insomma, pare che lo studio delle fredde galassie possa appartenere a spiriti molto caldi.
Un’immagine divertente legata ai personaggi della scienza è sicuramente quella di Isaac Newton a cui cade una mela in testa e si chiede “Come mai questa mela mi cade sulla testa e invece la luna non cade affatto sulla terra?”, il che banalizza in maniera molto efficace quel che sarebbe poi seguito da una domanda posta nel modo giusto, ovvero l’elemento di continuità fra fenomeni terrestri e fenomeni celesti.
Venendo ai giorni più recenti, per intuire il successo e la forza della scuola di fisica romana del secolo scorso, è utilissima la lettura di “Fisica vissuta” di Carlo Bernardini, Codice Edizioni. Nella fisica vissuta, si ritrovano i versetti velenosi di Persico per i suoi amici quantistici “Credon poi, con fè profonda/ cui s’inchina la ragion,/ che la luce è corpo e onda/ onda e corpo è l’elettron.”, i soprannomi e gli scherzi che erano alla base della quotidiana vita sperimentale e teorica, e l’impressione del lettore è che le grandi scoperte che ci sono state non potessero che nascere dall’ambiente di scambio culturale “totale” che quei giovani stavano vivendo. Forse dunque, il segreto di riuscire a riaccendere la curiosità scientifica, nei giovani come nei meno giovani, sta nel riprendere confidenza con una fisica vissuta e vedere che solo in questa intima assonanza dell’uomo con lo scienziato (esattamente come in quella dell’uomo con l’artista) può nascere qualcosa di grande.

Riforma universitaria rimandata

•settembre 30, 2010 • 12 commenti

Preso da Giovanni Bachelet:

“Yabbadabbadooo!!! Oggi il PD ha ottenuto alla Camera un grande risultato: mesi di martellamento sul tema delle risorse, prima al Senato e ora in commissione alla Camera, hanno ottenuto che il voto in aula della riforma universitaria non sia fra pochi giorni, come la maggioranza aveva tentato di ottenere con un colpo di mano, bensí dop…o la Finanziaria, che comincia il suo iter in aula il 15 ottobre. In altre parole, la Camera discuterà di quella riforma non prima, ma DOPO aver saputo se il Governo ha restituito o meno all’università i 1350 milioni l’anno tolti nel 2008, e aggiunto quanto necessario a fornire ragionevoli opportunità di accesso nei nuovi ruoli universitari a quanti oggi, esterni o interni al sistema universitario, lo meritano (500 milioni l’anno in piú rispetto al 2008, secondo la stima del professor Figà Talamanca pubblicata dalla rivista moderata Paradoxa). Ovvero: durante la discussione della finanziaria tutti quelli che hanno a cuore l’università potranno finalmente porre al centro delle loro lotte il problema numero 1, le risorse, anziché dividersi sugli infiniti dettagli di una legge elefantiaca, opaca. E magari sollevare anche il problema numero 2, la valutazione che non c’è in questa legge, ma in deleghe rimandate alle calende greche. I potenti che finora hanno calato le braghe lodando a scatola chiusa una riforma tutta da discutere nella speranza di ingraziarsi il governo in cambio di qualche milioncino per le loro università alla canna del gas si vergogneranno? Al PD verrà riconosciuto che qualche volta indovina e vince una battaglia? Forse no, ma l’Italia saprà un giorno che le battaglie e il sacrificio dei due eroi PD, la mia capogruppo Ghizzoni e il vicepresidente della commissione Nicolais (nella foto ritratti nelle paludi di Comacchio) non sono state vane.”

30/09/2010

Insegnamento e Ricerca nell’Università

•settembre 23, 2010 • 4 commenti

Sia nel tentativo di riforma universitaria dell’attuale Ministro Gelmini, sia nella precedente riforma operata dal Ministro Moratti (il Ministro Mussi non ci ha nemmeno provato…), rimane aperto l’interrogativo su quanto debba essere importante, nell’Università, la relazione fra Insegnamento e Ricerca. Nell’attuale comunità accademica italiana ci sono le figure dei ricercatori – che per contratto dovrebbero fare esclusivamente ricerca – e quelle dei professori, associati ed ordinari, che sono tenuti a fare sia didattica, sia ricerca. Mentre la didattica è monitorata e controllata piuttosto accuratamente, non ci sono norme che prevedono la valutazione della ricerca svolta (le cose stanno cambiando con il CIVR, ma su come utilizzare gli esiti delle valutazioni, ancora si deve legiferare). In realtà le cose vanno diversamente: i ricercatori assumono quasi sempre un carico didattico, spesso gravoso, e quando gli strutturati (ricercatori + professori associati + professori ordinari) non sono sufficienti a coprire tutti i corsi universitari aperti, si assumono professori a contratto esterni incaricandoli di tenere un corso universitario.
Ora, a me sembra paradossale che si discuta dei compensi dei professori a contratto, del proliferare dei corsi universitari nell’ultimo decennio, dello sfruttamento didattico dei ricercatori, etc., senza nemmeno pensare alla necessità di partire da una riflessione sull’importanza o meno di avere come docenti universitari semplici cultori della materia o persone attive nella ricerca di quel settore. Penso che sia un punto fondamentale, il crocevia dove fermarsi a riflettere per poi ripartire; invece nessuno sembra volerne parlare, nessuno lo porta come quesito basilare. Sarebbe tutto molto più semplice, se conoscessimo il traguardo che ha in mente il Ministro. Pensa che per insegnare all’università non occorra saper fare ricerca? Allora occorre trasformare radicalmente il sistema universitario e pianificare diversamente i ruoli. Investire nei CNR o in qualcosa di nuovo. Pensa che i docenti universitari debbano essere anche bravi nella ricerca? Allora occorre che i prodotti della ricerca siano monitorati e soprattutto che siano dati loro i mezzi per fare della buona ricerca.

Intanto, le università fanno quel che possono. C’è chi è virtuoso, chi va verso la bancarotta, ed ognuno ha la sua politica secondo la quale decide quanti corsi dare a contratto e a chi affidare compiti didattici complementari quali quello di fare le esercitazioni o di seguire gli studenti nei laboratori. Nei tempi non lontanissimi in cui ero una studentessa di Fisica alla Sapienza, le esercitazioni che ho seguito con più piacere erano quelle fatte dalle persone più giovani: dottorandi, borsisti, postdoc, o giovani ricercatori. Probabilmente erano le persone più fresche di studi e quindi quelle che meglio si ricordavano le difficoltà incontrate. Inoltre per noi studenti era più semplice interlocuire sulle difficoltà pratiche con persone che non vedevamo troppo distanti, per età e per ruolo. Non ultimo, penso che più si è giovani ed inesperti, più si teme il contatto con gli studenti, e di conseguenza ci si dedichi di più alla preparazione delle lezioni.
L’anno scorso ho avuto l’occasione di poter fare il coadiutore didattico per la Fisica agli studenti di biologia. Non so se sia stata brava, comprensibile, interessante oppure il contrario di tutto questo, ma sono sicura che per me è stata un’esperienza molto bella, formativa e gratificante. Quando vedevo di riuscire a captare l’attenzione dell’aula, quando scorgevo che l’interrogativo che avevo posto stava proprio balzando nella testa degli studenti, allora ero davvero contenta e mi sembrava per la prima volta che quanto facevo quotidianamente poteva essere davvero utile. Penso che iniziare il percorso di insegnamento curando le esercitazioni di un docente esperto possa essere il modo migliore per fare esperienza, e possa aprire agli studenti la possibilità di un confronto più semplice e meno formale.
Quest’anno invece non potrò ripetere l’esperienza, perchè il ruolo di assegnista di ricerca (l’anno scorso ero borsista) non è compatibile con il ruolo didattico di coadiutore, nè con quello di tutor. Mi dispiace molto, ma lasciando da parte il mio caso, l’Università a chi affida questi compiti didattici complementari? Fondamentalmente a docenti di scuole secondarie superiori, in servizio o in pensione. Questo è quanto avviene ad esempio all’Università di Camerino, che lancia un bando per affidare il tutorato per le discipline della matematica, della fisica e della chimica, riservandolo esclusivamente ai docenti di scuola secondaria superiore. Vale a dire che si sta implicitamente sostenendo che il ruolo didattico, nelle università, può essere tranquillamente affidato a chi non fa ricerca? E parallelamente, forse, si cercano strade per non inserire anche nella didattica il vasto personale precario che già lavora nella ricerca universitaria? Forse se qualcuno fa ricerca e didattica nelle università, dopo un certo numero di anni potrebbe pretendere a gran voce il proprio ruolo?
Non so, tutto il ragionamento che dovrebbe essere alla base di queste decisioni mi sembra mancare. Forse hanno ragione, che a fare le esercitazioni agli studenti universitari è meglio che ci vada un professore di liceo in pensione, con più esperienza didattica ed umana rispetto alla mia. Eppure a me, che prendevo l’esperienza didattica con passione ed impegno, e che cercavo di trasferire agli studenti l’entusiasmo ed il divertimento che si trovano nella ricerca, questa nuova occasione mancata lascia molta amarezza e delusione. L’amarezza di chi è giovane e volenteroso, e si vede sbattere la porta in faccia. La delusione di vedere che a tutti va bene così, che se un giorno insegna un giovane che fa ricerca appassionatamente e a livello internazionale ed il giorno successivo un professore di liceo -magari laureato in una disciplina differente da quella che andrà ad insegnare all’università- che non hai mai fatto alcun tipo di ricerca, alla fine è la stessa cosa. Forse per questo, per l’indifferenza comune verso le questioni particolari, per questo lasciar correre generale, il Paese va così male. Ma questo forse è un discorso che va fuori tema…

 
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