c’era una volta il ricercatore italiano

Posted on novembre 3, 2011 di

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Once upon a time, è proprio il caso di dire, perchè ormai parlare di ricercatori in Italia richiede uno sforzo di speranza, di ottimismo, di folle lungimiranza che è disumano attuare. Dopo la riforma Gelmini, che manca tuttora di un finanziamento, non abbiamo visto ancora i concorsi da docente, non abbiamo visto i fondi nè i concorsi per i ricercatori a tempo determinato, non abbiamo visto sparire le odiose pratiche baronistiche che la Gelmini prometteva di eliminare. Anzi. Anzi, ben sapendo che questo era il periodo in cui una bella fetta percentuale di docenti associati ed ordinari sarebbe andata in pensione, si è posto rimedio a questa possibilità dell’ingresso nelle università dei giovani bloccando il turn-over al 5% (leggi 100 prof che vanno in pensione, ne assumiamo 5 nuovi) e se mancano i docenti cosa si può fare?! Si danno dei contratti a chi più facilmente può prenderli, ovvero docenti universitari andati or ora in pensione (per la serie escono dalla porta per rientrare dalla finestra). In alternativa, i contratti di docenza universitaria vengono affidati ad insegnanti delle scuole superiori in pensione, oppure a professionisti che guadagnino almeno 40,000 euro l’anno (ma che siano disposti a prendere un incarico didattico di 60 ore a cifre che si aggirano sui 1000 euro…e non ditemi che questa non è fantascienza!).
Ora, non voglio dire che veramente non ci sono più ricercatori in Italia, ma stanno diventando sempre meno e non avendo un ruolo chiaro all’interno delle università, è logico e naturale che puntino a diventare al più presto professori associati. E quindi, a chi spetta il ruolo di maggiore impegno e di coordinamento nella ricerca universitaria?! Ricordo che il personale tecnico laureato è stato ridotto fortemente, quindi chi rimane? I docenti, già oberati dai carichi didattici e di certo impossibilitati a stare dietro a tesisti/specializzandi/tirocinanti/dottorandi per il tempo necessario?!
Tutto, come accade sempre più spesso in Italia, viene lasciato alla disponibilità e alla voglia di fare di docenti, ricercatori e quella selva di precari (assegnisti di ricerca, borsisti, dottorandi, cocopro, etc etc) che mandano avanti l’accademia. Quello che penso, e che mi pare di vedere, è che se in tempi normali questo modo di fare in cui non ci sono regole ferree e c’è un mix fantastico di diritti e doveri ripartiti in maniera molto confusa fra le varie componenti del personale strutturato e non universitario, può quasi funzionare, in tempi di magra questo mix è micidiale. Perchè?! Perchè non ci sono meccanismi premianti per chi lavora di più e/o meglio (e sto parlando di risultati che sarebbero facilmente indicizzabili e quantificabili, quali le pubblicazioni internazionali e/o i finanziamenti esterni ottenuti su progetti di ricerca), non ci sono controlli sull’efficienza delle spese effettuate su un progetto, non ci sono percorsi per valorizzare quel che di buono c’è nelle università e portarlo all’esterno. I perchè di tutte queste problematiche sono oramai non vecchi, ma antichi, e se non immettiamo nell’accademia una quantità decente di giovani (giovani si fa per dire, diciamo almeno non ultraquarantenni soltanto…) preparati e con esperienza, trovo molto difficile che l’università italiana potrà pensare a risolvere seriamente questi problemi.
Al contrario della politica, nell’ambiente accademico nessuno avverte la semplice necessità di rottamare. Nell’università l’esperienza non può che venir considerato un tessuto preziosissimo su cui costruire il futuro, ma è piuttosto evidente che la costruzione del futuro spetta a chi ora ha fra i 30 ed i 40 anni, è nell’apice della propria creatività ed energia intellettuale, ed invece si trova costretto a sgomitare per prendere un contratto che lo farà star tranquillo per 6 mesi-1 anno. Purtroppo sembra che questa necessità di immettere nuove energie e potenzialità nell’università pubblica non sia sentita molto, sembra un problema di ultimo ordine. Mentre gli USA e gli altri Paesi Europei continuano a puntare su formazione e ricerca, in Italia sia la comunità accademica sia la gente comune sembra vedere questo come un problema lontanissimo dal nostro declino economico e dalla mancata crescita. Di questo al solito siamo colpevoli noi scienziati, che non siamo stati capaci di comunicare abbastanza l’importanza della nostra attività per il Paese.
Tanto vale lasciar perdere?

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